L’Eremo del Monte Barro, ove una volta si ergeva il “Castellozzo” dei Longobardi di Re Desiderio

Partendo dalla frazione di Poagnano, sita nel paese di Galbiate, oltrepassato un antico lavatoio, si sale al Monte Barro percorrendo una storica e deliziosa mulattiera. Man mano che ci s’inerpica volgendo lo sguardo a occidente, agli occhi appare un panorama che si distende sulla verde Brianza. Continuando a salire ci si troverà di fronte ad una serie infinita di panoramiche vedute brianzole che, specialmente nelle più limpide e ventose giornate invernali, potrebbero facilmente spaziare sino ai più lontani contrafforti delle Alpi occidentali.

Un po’ più in là, guardando verso sud, vi è Oggiono, un paese dai tetti rossi attorno ad un campanile bianco, affacciato al suo lago dal quale è diviso e insieme collegato, come il ponticello degli occhiali, al prospiciente Lago di Annone. 

Di fronte e a ridosso del Monte Barro, vi è il borgo di Civate. Più discosti si possono vedere il Lago di Pusiano, con la sua isoletta e un po’ più verso occidente, si scorgono i bei laghetti di Alserio e di Montorfano. Dall’alto, sulla sinistra, l’operosa Brianza appare una piana ininterrotta, punteggiata di paesi e di città, che arriva sino a Milano ed è abbracciata dai rilievi prealpini del Colle di Brianza, detto anche Monte San Genesio che, con i suoi tre colli, degrada in colline e divide a sua volta la valle del fiume Adda dalla Brianza. 

Salendo all’Eremo, ove una volta si ergeva il “Castellozzo” e ora è rimasta solo un’antica chiesa, Santa Maria, costruita sulla precedente cappella tardo-gotica-longobarda, nonché su una parte dell’ex Convento Francescano, ci si può affacciare per contemplare gli scorci panoramici di un altro e più ripido versante. Da qui si può abbracciare con lo sguardo la città di Valmadrera e poi Malgrate, nonché il lago e sulla destra la città di Lecco, l’imbocco della Valsassina, oltre alla Grigna e al Resegone. 

Chi arriva sino a qui capisce subito l’importanza strategica che il luogo rivestiva nell’antichità. Da qui si dominava la “Pedemontana”, la strada fondamentale che correva ai piedi delle Prealpi a partire da Verona, passando Brixia (Brescia), Bergomum (Bergamo), Leuci (Lecco) e Comum (Como). Chi stava qui in cima al Monte Barro controllava facilmente dall’alto la via che, da Mediolanum (Milano) centro nevralgico nella tarda età dell’Impero, portava a Como passando per Modicia (Monza). Così come controllava quella che, attraverso la Valsassina, portava in Valtellina e da qui in Engadina (Svizzera). 

Questi luoghi ancestrali, che rivestono anche attualmente un chiaro punto strategico, si sono sempre dimostrati interessanti per archeologi e storici. Infatti, proprio sul Monte Barro, è stato rinvenuto un insediamento gotico a cavallo tra l’epoca romana e quella longobarda. I Goti provenivano dalla Scandinavia e si mossero verso sud fino al confine dell’Impero bizantino. Quando però s’accorsero che avrebbero potuto facilmente approfittare della cronica debolezza bizantina, cominciarono le loro scorribande e feroci razzie penetrando sempre più in profondità nei territori dell’impero. Teodorico, noto Re gotico, estese il suo dominio all’Italia contrastando così le mire di restaurazione dell’Impero di Bisanzio. I Goti saranno poi cacciati definitivamente, prima dai Bizantini e in seguito dai Longobardi. 

Gli scavi effettuati sul Monte Barro hanno rivelato un insieme di edifici, per il momento solo una dozzina, a destinazione prevalentemente militare. Un’ala dell’Edificio principale doveva essere la sede dell’autorità, adibita a rappresentanza. In questo “Edificio principale” fu rinvenuta una misteriosa “Corona Pensile”, costruita in lamina di bronzo e provvista di pendenti in vetro colorato.

Nell’insediamento fortificato vissero più di 250 abitanti, suddivisi in 100 militari e il resto civili, donne e bambini. Vi si coltivavano ortaggi, cereali, legumi, lino, olivo e vite. Esistevano anche delle stalle per gli animali domestici e un paio di fornaci per fondere il bronzo ed altri metalli.

In passato, sul Monte Barro, si viveva e prosperava perché vi fu una comunità di persone del tutto autosufficiente, che garantiva salute e benessere a tutti gli individui di cui era costituita.