Cosa successe ai Longobardi dopo l’assedio di Pavia?

Cosa successe ai Longobardi dopo l’assedio di Pavia?

Cosa successe ai Longobardi dopo l’assedio di Pavia?

Durante l’assedio di Pavia, in occasione della Pasqua, Re Carlo Magno volle recarsi nella capitale papale.

L’accoglienza che gli tributarono fu pari solo a quella riservata ai più grandi conquistatori romani. Papa Adriano lo attendeva sulla soglia della cattedrale di San Pietro. Re Carlo Magno, giunto ai piedi della gradinata, la risalì scenicamente tutta in ginocchio, baciando uno a uno i numerosi gradini che lo conducevano ai piedi del Pontefice.

Il Papa l’invitò a rialzarsi e l’abbracciò come se fosse un fratello. Papa Adriano, presolo sotto braccio, lo mise alla sua destra ed entrò in chiesa scendendo con lui nella tomba di Pietro. Nella cripta, davanti alle sacre ossa dell’Apostolo, si giurarono solenne e reciproca fedeltà. 

L’accoglienza papale accompagnò l’ingresso trionfale di Re Carlo Magno nella città eterna. Nei giorni seguenti furono celebrate cerimonie di ringraziamento. Il 6 aprile si tenne un importante colloquio in San Pietro tra Re Carlo Magno e il Papa. Il Pontefice l’esortò e nello stesso tempo lo ammonì, affinché adempisse alla promessa fatta a suo tempo dal suo predecessore, Re Pipino, riguardo alla restituzione di città e territori delle province d’Italia appartenenti a San Pietro.

Il Papa sosteneva che il documento stilato a suo tempo con il Re Pipino era ormai andato perduto, quando invece sapeva benissimo che si trattava di una menzogna. Re Carlo Magno chiese di redigere un altro documento con un nuovo accordo. Questa volta pretese che fosse stilato in duplice copia, richiesta che sconcertò la Curia romana. Le nuove promesse fatte a Roma dal Re Carlo Magno, sebbene vergate su pergamena, controfirmate da tutti i Pari di Francia sull’altare dedicato a San Pietro, non furono mai mantenute. 

Re Carlo, dopo essere partito da Roma, ritornò all’assedio di Pavia. Il 6 giugno 774 d.C., dopo circa nove mesi di strenua resistenza, la città di Pavia, ormai stremata, vinta dalla fame, dalla sete e dalla peste, si arrese. Re Desiderio avrebbe potuto ed anche voluto resistere, ma sporcizia, malattie infettive, scarsità di cibo e acqua avevano già provocato fin troppe pestilenze e vittime. Presto sarebbe arrivata l’estate e la sua Gente non avrebbe mai potuto affrontarla in quelle pietose condizioni. Sarebbe stato un inutile, penoso suicidio collettivo.

Entrato a Pavia la sera del 10 luglio, Re Carlo Magno cinse la Corona Ferrea, fatta venire appositamente da Monza e fu quindi proclamato Re dei Franchi, Re dei Longobardi e difensore dello Stato Pontificio. Ma sarà solo dopo l’annessione dei territori della Longobardia Major, che Re Carlo passerà alla storia come “Re Carlo Magno” divenendo, di fatto, Imperatore.

Egli però non ritenne di imporre oltre la propria presenza personale nella penisola italica. Aveva altri territori da controllare. A nulla valsero le ripetute proteste, nonché le accorate suppliche di Papa Adriano I, il quale continuò insistentemente a rivendicare al neo Imperatore i cosiddetti “territori di San Pietro”. 

Pavia si era arresa, Verona era capitolata. Il fuggiasco Adelchi si rifugiò dapprima nei territori bizantini in Italia e poi chiese asilo nella città di Bisanzio. Costantino VI, l’Imperatore bizantino, preso atto dell’eccessivo rafforzamento dei Franchi, valutò attentamente la nuova situazione creatasi in Italia prima di intervenire militarmente. Concesse ad Adelchi, il titolo di “Patrizio Bizantino”, ma non l’aiutò, nonostante le varie sollecitazioni avute da più parti per intervenire in Italia.

Per il popolo longobardo sembrava ormai suonata l’ora della totale sconfitta e dell’estinzione. Nonostante tutto, Adelchi, nel 788 d.C., partecipò a una spedizione militare in Italia insieme all’esercito bizantino. Sbarcato in forze in Calabria, Adelchi fu sconfitto dai Franchi aiutati nell’intento proprio dagli stessi Longobardi di Benevento, Ducato che fu da sempre antagonista alla propria stirpe fondatrice. Infatti, non nacque come tutti gli altri Ducati del settentrione, ma fu creato da alcuni ribelli appartenenti a nobili famiglie longobarde durante i dieci anni di “anarchia longobarda”.

Il fatto che Benevento coniasse una propria moneta dimostrava quanto fosse indipendente questo Ducato dai “cugini longobardi” del Nord Italia, nonché dall’autorità stessa di Desiderio. In effetti, nel corso della storia, Benevento mostrò chiaramente di essere il più opportunista tra tutti gli altri Ducati, tanto da non soccombere ai Franchi. In effetti, gli ultimi Duchi longobardi beneventini, appoggiandosi più al Papa che non ad altri alleati, riuscirono a conservare intatto il loro territorio per almeno altri tre secoli dopo la sconfitta dei Longobardi al nord. 

A seguito della conquista dei territori longobardi da parte di Re Carlo Magno, nel giro di qualche tempo, si assistette agli sprazzi d’orgoglio di alcuni Duchi longobardi che non intesero lasciare il proprio ducato in mano a Re Carlo Magno, oppure al Papa.

I Duchi: Arechi II di Benevento, Ildebrando di Spoleto e Rotgaudo del Friuli, si ribellarono apertamente e si organizzarono con un loro piccolo esercito per riprendersi i propri privilegi, non riconoscendo la resa di Re Desiderio e considerandolo semplicemente “rinunciatario” al trono. Fu il Duca Rotgaudo a proclamarsi nuovo Re dei Longobardi. Re Carlo Magno, ritornando dalla Sassonia ove si era recato per domare la rivolta dei Sassoni che avevano distrutto le chiese del territorio, mise fine una volta per tutte alla riscossa dei Duchi longobardi e in più si riprese definitivamente tutti i territori a suo tempo donati dal “rinunciatario” Re Desiderio allo Stato della Chiesa. 

L’Eremo del Monte Barro, ove una volta si ergeva il “Castellozzo” dei Longobardi di Re Desiderio

L’Eremo del Monte Barro, ove una volta si ergeva il “Castellozzo” dei Longobardi di Re Desiderio

L’Eremo del Monte Barro, ove una volta si ergeva il “Castellozzo” dei Longobardi di Re Desiderio

Partendo dalla frazione di Poagnano, sita nel paese di Galbiate, oltrepassato un antico lavatoio, si sale al Monte Barro percorrendo una storica e deliziosa mulattiera. Man mano che ci s’inerpica volgendo lo sguardo a occidente, agli occhi appare un panorama che si distende sulla verde Brianza. Continuando a salire ci si troverà di fronte ad una serie infinita di panoramiche vedute brianzole che, specialmente nelle più limpide e ventose giornate invernali, potrebbero facilmente spaziare sino ai più lontani contrafforti delle Alpi occidentali.

Un po’ più in là, guardando verso sud, vi è Oggiono, un paese dai tetti rossi attorno ad un campanile bianco, affacciato al suo lago dal quale è diviso e insieme collegato, come il ponticello degli occhiali, al prospiciente Lago di Annone. 

Di fronte e a ridosso del Monte Barro, vi è il borgo di Civate. Più discosti si possono vedere il Lago di Pusiano, con la sua isoletta e un po’ più verso occidente, si scorgono i bei laghetti di Alserio e di Montorfano. Dall’alto, sulla sinistra, l’operosa Brianza appare una piana ininterrotta, punteggiata di paesi e di città, che arriva sino a Milano ed è abbracciata dai rilievi prealpini del Colle di Brianza, detto anche Monte San Genesio che, con i suoi tre colli, degrada in colline e divide a sua volta la valle del fiume Adda dalla Brianza. 

Salendo all’Eremo, ove una volta si ergeva il “Castellozzo” e ora è rimasta solo un’antica chiesa, Santa Maria, costruita sulla precedente cappella tardo-gotica-longobarda, nonché su una parte dell’ex Convento Francescano, ci si può affacciare per contemplare gli scorci panoramici di un altro e più ripido versante. Da qui si può abbracciare con lo sguardo la città di Valmadrera e poi Malgrate, nonché il lago e sulla destra la città di Lecco, l’imbocco della Valsassina, oltre alla Grigna e al Resegone. 

Chi arriva sino a qui capisce subito l’importanza strategica che il luogo rivestiva nell’antichità. Da qui si dominava la “Pedemontana”, la strada fondamentale che correva ai piedi delle Prealpi a partire da Verona, passando Brixia (Brescia), Bergomum (Bergamo), Leuci (Lecco) e Comum (Como). Chi stava qui in cima al Monte Barro controllava facilmente dall’alto la via che, da Mediolanum (Milano) centro nevralgico nella tarda età dell’Impero, portava a Como passando per Modicia (Monza). Così come controllava quella che, attraverso la Valsassina, portava in Valtellina e da qui in Engadina (Svizzera). 

Questi luoghi ancestrali, che rivestono anche attualmente un chiaro punto strategico, si sono sempre dimostrati interessanti per archeologi e storici. Infatti, proprio sul Monte Barro, è stato rinvenuto un insediamento gotico a cavallo tra l’epoca romana e quella longobarda. I Goti provenivano dalla Scandinavia e si mossero verso sud fino al confine dell’Impero bizantino. Quando però s’accorsero che avrebbero potuto facilmente approfittare della cronica debolezza bizantina, cominciarono le loro scorribande e feroci razzie penetrando sempre più in profondità nei territori dell’impero. Teodorico, noto Re gotico, estese il suo dominio all’Italia contrastando così le mire di restaurazione dell’Impero di Bisanzio. I Goti saranno poi cacciati definitivamente, prima dai Bizantini e in seguito dai Longobardi. 

Gli scavi effettuati sul Monte Barro hanno rivelato un insieme di edifici, per il momento solo una dozzina, a destinazione prevalentemente militare. Un’ala dell’Edificio principale doveva essere la sede dell’autorità, adibita a rappresentanza. In questo “Edificio principale” fu rinvenuta una misteriosa “Corona Pensile”, costruita in lamina di bronzo e provvista di pendenti in vetro colorato.

Nell’insediamento fortificato vissero più di 250 abitanti, suddivisi in 100 militari e il resto civili, donne e bambini. Vi si coltivavano ortaggi, cereali, legumi, lino, olivo e vite. Esistevano anche delle stalle per gli animali domestici e un paio di fornaci per fondere il bronzo ed altri metalli.

In passato, sul Monte Barro, si viveva e prosperava perché vi fu una comunità di persone del tutto autosufficiente, che garantiva salute e benessere a tutti gli individui di cui era costituita. 

Come vivevano i Longobardi sul Monte Barro nell’Alto Medioevo?

Come vivevano i Longobardi sul Monte Barro nell’Alto Medioevo?

Come vivevano i Longobardi sul Monte Barro nell’Alto Medioevo?

Mi sono seriamente chiesto se sul Monte Barro fosse plausibile che in passato potesse esistere una comunità di persone e di soldati più o meno numerosa e come potessero prosperarvi indisturbati per decenni.

La risposta mi è venuta dalla storia e dall’archeologia. In effetti, sul Monte Barro era vissuto un popolo, prosperato per anni, in un villaggio fortificato. Tale insediamento fu presumibilmente appartenuto ai Goti e in seguito dato alle fiamme dopo averlo abbandonato in tutta fretta per motivi ancora sconosciuti ai ricercatori. 

Non dimentichiamoci che tutt’oggi, il Monte Barro è una fonte di vita e di benessere per migliaia di persone. Tuttavia, nell’antichità, era probabilmente ricoperto da una folta vegetazione, molto più rigogliosa di quanto non lo sia oggi. Anche i pascoli dovevano essere decisamente più ampi di quelli attuali. L’intera montagna, infatti, è stata sfruttata più intensamente dall’uomo di quanto non lo sia ora, grazie alle numerose risorse di vita che poteva offrire. 

Il castagno, ad esempio, era la specie arborea più diffusa all’epoca. Infatti, oltre al suo gustoso e nutriente frutto consumato come cibo, quest’essenza era usata per la costruzione, per accendere il fuoco e perché forniva foglie commestibili per gli animali. Altra pianta importante era il faggio, pianta sacra per i Longobardi, nonché fonte di cibo e di salute che vive, oggi come allora, nelle zone più umide e fresche del Monte Barro.

Vi è poi la maestosa quercia, che invece prospera maggiormente nelle zone a sud, più esposte al sole. Dall’epoca dei Longobardi a oggi, la composizione del bosco non dovrebbe essere cambiata di molto: faggi, betulle, ontani, frassini, carpini, noci, noccioli, biancospini, ma soprattutto querce e castagni caratterizzano oggidì, come nell’Alto Medioevo, il variegato ambiente arboreo del Monte Barro. 

Ai Piani di Barra potevano essere coltivati orti e piccoli appezzamenti tenuti a vite. Per esempio, alle spalle dell’Edificio principale, sono state individuate tracce di terrazzamenti e muretti di pietra a secco, così come sul pendio meridionale. Proprio questo punto è ancora oggi favorevole alla crescita dell’olivo, di cui sono stati trovati una ventina di noccioli e di frammenti di legno antichi, che ne certificano l’originaria presenza sul Barro. Come pianta oleifera alternativa i Longobardi usavano il lino.

Si tratta di una specie erbacea versatile che produce fibre utili, nonché semi commestibili e farina, inoltre produce un ottimo olio. Semi di lino sono stati trovati nel magazzino dell’Edificio principale: è evidente che fu utilizzato quale condimento e aromatizzante per il pane, secondo antiche ricette ancora oggi utilizzate al nord Italia. L’uso dell’olio di lino al posto del più costoso olio d’oliva, oppure dell’olio di colza per scopi alimentari, era ancora presente nelle famiglie contadine fino all’inizio del secondo dopoguerra. 

Tra i cereali coltivati anticamente sul Monte Barro predominava il frumento tenero. Era un tipo di grano “nudo” i cui chicchi erano già perfettamente sbucciati dopo la prima trebbiatura ed era normalmente usato per fare il “pane bianco”. Insieme alla segale c’era anche l’orzo. Quest’ultimo destinato a diventare sempre più importante nel Medioevo in quanto, mescolato col grano, produceva il nutriente “pane nero di segale”.

Non dobbiamo dimenticare che l’orzo è ancora oggi l’ingrediente principale nella produzione della birra. Sono state rinvenute tracce di frumenti “vestiti”, cioè integrali, che dopo la trebbiatura dovevano essere ulteriormente decorticati. Si tratta di: farro e “farro piccolo”, nonché di miglio e del panico. 

Quasi tutti i legumi oggi coltivati esistevano sul Monte Barro. La produzione del grano era effettuata anche in altre località, cioè su aree pianeggianti ai piedi del Monte Barro, in genere superfici di un ettaro. Il prodotto era poi trasportato ai Piani di Barra e stoccato in un fabbricato a ovest dell’Edificio principale.

La dieta a base di soli carboidrati era compensata dalle castagne, i cui frutti sono stati ritrovati in grandi quantità nella dispensa dell’Edificio principale. Infatti, i boschi esistenti alle pendici meridionali del Barro erano fittamente ricoperti da estesi castagneti, le cui nutrienti bacche erano consumate fresche oppure essiccate. 

Brevemente sulla nutrizione carnea: in genere, capre, pecore e maiali, pre- dominavano nelle stalle delle fortificazioni alto medievali. Meno numerosi erano i bovini da carne. All’epoca i Piani di Barra non furono un luogo ideale per l’allevamento di carni bovine. Si potevano mantenere solo alcune vacche da latte, utilizzando il fieno del monte e la frasca delle latifoglie dei boschi circostanti per alimentarle. Quest’ultima preziosa fonte di foraggio, sempre disponibile in elevata quantità, poteva essere data anche a capre e pecore per tutto l’inverno.

I maiali del Monte Barro erano allevati prevalentemente allo stato brado, utilizzando quali barriere contenitive le mura del forte e sfruttando i boschi di faggio, posizionati sul versante settentrionale del Monte. Lo strutto ricavato dai suini era una materia prima alimentare molto importante per i residenti.

Infatti, nello scavo della dispensa ai Piani di Barra, è stata individuata una vasca in granito della capacità di circa 30 litri, del tutto simile a quelle in uso nel secolo scorso presso le abitazioni rurali, utilizzate per contenere e conservare il prezioso grasso animale. Anche i polli avevano una certa importanza tra gli animali domestici allevati, perché fornivano agli abitanti carne fresca e uova. Tuttavia, il Monte Barro disponeva di poca selvaggina e quindi la dieta carnea doveva basarsi quasi interamente sul bestiame. 

Era molto attiva la cattura dei pesci e uccelli acquatici. La pesca, in particolar modo, era una parte importante della dieta dei residenti ai Piani di Barra, perché forniva un discreto apporto di nobili proteine animali. Per catturare il pesce era generalmente usato l’amo di metallo e una lenza con il filo di crine di cavallo. Ma si usavano anche reti confezionate per la loro tessitura con la fibra del lino.

Nella zona di Pescate, sono state utilizzate vari tipi di “trappole subacquee”, che erano quelle più frequentemente usate sino a pochi anni fa sul fiume Adda per captare il passaggio periodico dei branchi di pesce. In tutto sono stati individuati almeno sette specie di pesci di acqua dolce di cui si nutrivano gli abitanti del Monte Barro, tra cui vi erano: l’anguilla, il luccio, la trota, il persico e la tinca. Per i Longobardi doveva essere importante anche la cattura degli uccelli acquatici, quali: oche, anatre e svassi, grazie proprio all’abbondante presenza di laghi, di corsi d’acqua e di fiumi tutto intorno al Monte Barro. 

Sul versante dell’alimentazione animale, oltre alla carne delle specie do- mestiche e di quelle catturate, sono da considerare anche i prodotti alimentari secondari, ovverosia: il latte e tutti i suoi derivati, nonché le uova di varie specie, domestiche e non. Quindi, la dieta degli abitanti dei Piani di Barra nell’VIII secolo, può esser ben considerata molto varia.

A giudicare dalla presenza di cereali, leguminose, piante oleifere, piante da frutta, cui vanno aggiunte le numerose specie selvatiche commestibili, i residenti non se la passavano male per quei tempi. Non solo usavano tutte le spezie naturali che esistevano sul Monte Barro, ma avevano a disposizione una grande varietà di germogli, foglie, tuberi e radici di piante selvatiche commestibili che, come molte altre piante coltivate negli orti, non hanno purtroppo lasciato tracce di se’ nei siti archeologici sin qui scavati.

Anche i Longobardi, come tutti gli scandinavi, amavano mescolare sapori agrodolci, piccanti e anche molto piccanti e non rifiutarono varie spezie orientali disponibili anche allora. In una parola, tutto doveva essere ben “condito”. Hanno perciò creato l’ossimello, salsa agrodolce composta di due parti di miele e una di aceto. Un must have sulla tavola longobarda. 

Il primo piano dell’ala nord dell’Edificio principale era costituito da vari spazi dedicati agli ambienti di servizio, tra cui la cucina e una dispensa. L’interno di quest’ultima era formato da una grande stanza unica con soppalco e conteneva un granaio per la conservazione di cereali e legumi secchi. Tali derrate alimentari, probabilmente asportate in gran parte durante l’evacuazione del sito dopo l’incendio che lo distrusse, danno una chiara idea della sostenibilità dell’alimentazione, nonché della varietà dei cibi che potevano nutrire il villaggio. 

Torniamo in cucina: c’era un focolare contro il muro tra le due aperture che conducevano alla stanza accanto. Il focolare era formato da un pavimento composto di sei mattoni e bordato da varie pietre. Tale struttura costituiva la base per il fuoco e per le braci. Le catene fissate alle travi del soffitto erano utilizzate per sospendervi i pentoloni. Tuttavia, non è stato ritrovato un qualsiasi elemento che emettesse fumo al di fuori della cucina. Infatti, il camino, almeno in cucina, non era una presenza consueta per quell’epoca.

I Longobardi usavano uno strumento per triturare il cibo e ridurre in frammenti verdure e altri pro- dotti di consistenza delicata: si trattava di un mortaio in pietra o terracotta con la superficie interna cosparsa di piccole pietre. Coltelli di ferro, cucchiai di legno e spiedi metallici completavano l’attrezzatura di base della cucina longobarda alto-medioevale. 

La conservazione degli alimenti avveniva nelle “olle” di ceramica, piccoli “orci” e grandi anfore, che servivano anche per il trasporto. Il cibo era poi cotto in altre olle in ceramica grezza o in “pietra ollare” valtellinese. Il coperchio era di tipo conico con pareti arrotondate, provvisto di una mani- glia “a bottone”. Tali coperchi erano necessari per proteggere il cibo e cucinarlo perfettamente. Grandi recipienti concavi, simili a delle “bacinelle coperte”, erano molto usati e funzionavano da “scaldavivande” o da piccoli forni per la cottura a “riverbero”.

Tali oggetti, chiamati “subtestu”, simili al “clibanus”, cioè la teglia di creta per la cottura del pane da mettere in forno, furono utilizzati in cucina fin dall’epoca romana imperiale. Questa teglia, a forma di campana, veniva posta su un piano riscaldato ed era circondata dai carboni ardenti, alcuni dei quali potevano essere disposti sino a coprirla interamente. Sotto di essa erano cotti pane e focacce. 

I Longobardi portavano in tavola i cibi in vasi o su dei vassoi di legno. Com’è consuetudine anche oggi in alcuni paesi, ogni commensale poteva fare uso direttamente da questi collettivi piatti da portata con un cucchiaio o, più spesso, con le proprie mani, perché i piatti venivano usati molto raramente. Erano utilizzate brocche e bottiglie in ceramica, nonché bicchieri impermeabilizzati con “smalto”, come testimoniano i vari frammenti di vetro soffiato rinvenuti. Il vetro occupava un posto di rilievo fra tutti i materiali utilizzati dai Longobardi per realizzare i vasi, anche per via delle sue qualità estetiche e pratiche.

Il vetro è un materiale relativamente facile da trattare, anche se all’epoca le varie forme create erano semplici e ripetitive. Infatti, venivano prodotte coppe sferiche o cilindriche, nonché bottiglie con il collo lungo, per uso domestico. Tuttavia, erano spesso creati anche oggetti di gusto squisito, abilmente decorati con rilievi colorati. Non bisogna dimenticare che già nell’alto medioevo i vetri erano spesso utilizzati per chiudere le finestre. L’uso è ben attestato anche ai Piani di Barra per via del ritrovamento di alcuni piccoli pezzi di vetro piano, appartenenti molto probabilmente a qualche tipo di finestra. 

Ecco come Papa Adriano I, nel 772 d.C. iniziò a destabilizzare il Regno di Re Desiderio

Ecco come Papa Adriano I, nel 772 d.C. iniziò a destabilizzare il Regno di Re Desiderio

Ecco come Papa Adriano I, nel 772 d.C. iniziò a destabilizzare il Regno di Re Desiderio

Se le azioni di Papa Paolo I minarono profondamente l’alleanza tra i Longobardi e il Vaticano, le decisioni prese da Papa Adriano I durante il suo pontificato, crearono un effetto “domino”, tremendamente distruttivo, che fece crollare definitivamente il Regno longobardo.

Alla morte di Papa Stefano III, il potente ex “Dux Romanorum”, Paolo Afiarta, s’adoperò per imporre quale Papa una persona che fosse gradita sia a lui, sia ai Longobardi. I cittadini romani, memori delle sue pregresse epurazioni tra i nobili, lo osteggiarono apertamente considerando la sua intromissione quale longa manus dei Longobardi a Roma. Per tali ragioni scelsero come Papa, Adriano I. Membro scelto dell’aristocrazia cittadina, Adriano I era manifestamente filo-imperiale e filo-franco, decisamente antagonista dei Longobardi.

Il neo-Pontefice, grande stratega, evitò di entrare subito in conflitto con il potente Paolo Afiarta, al quale concesse pure un’importante carica di nuova istituzione: “Superista”, ossia Capo della Casa Militare del Papa (l’attuale Comandante del Corpo della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano e Direttore dei Servizi di Sicurezza). Contemporaneamente, richiamò gli “Iudices palatini” esiliati, e fece liberare coloro che giacevano in carcere ad opera di Paolo Afiarta.

Re Desiderio non ritenne opportuno osteggiare il neo-eletto Pontefice, anzi gli offrì la propria amicizia confermandosi quale difensore di Roma. Papa Adriano I gli replicò, chiamandolo in Vaticano per intimargli la restituzione delle “Iustitiae”, cioè delle varie promesse mai mantenute né da lui, né dai precedenti Re longobardi. Nel marzo del 772 d.C., manifestando un’artificiosa obbedienza, Desiderio ritenne strategico aumentare la pressione sul Vaticano spostando ingenti truppe militari in Emilia, appena prima di recarsi a Roma. Il Papa inviò subito in legazione a Pavia il suo Superista, Paolo Afiarta. Al fidato amico e novello Superista, Re Desiderio, per tutta risposta, affidò il delicato incarico di perorare presso il Pontefice la causa dei figli del defunto Re Carlomanno. Re Desiderio intendeva, con quest’accorata supplica, evitare che tutto quanto il potere dei Franchi si concentrasse in un’unica figura, quella di Re Carlo Magno.

Nel frattempo, durante l’assenza da Roma di Paolo Afiarta, Papa Adriano I avviò un’inchiesta sulla misteriosa scomparsa di Sergio, “Sacellario Papale”, il suo più alto Funzionario addetto all’amministrazione del Tesoro Papale, ovvero il “Tesoriere Unico”. L’indagine effettuata designò ben tre mandanti: lo stesso Paolo Afiarta, il “Defensor Regionarius” Gregorio, nonché il Duca Giovanni. I complici di Afiarta, interrogati sotto tortura, confessarono indicando il luogo ove giaceva sepolto il corpo di Sergio.

Afiarta, mentre faceva una tappa in città di ritorno dalla sua missione papale a Pavia, fu riconosciuto artefice della congiura ed arrestato a Rimini dall’Arcivescovo ravennate Leone. L’Arcivescovo Leone, su iniziativa autonoma rispetto alle precise istruzioni ricevute dal Pontefice, consegnò l’eminente prigioniero al “Consularis”, il Magistrato Civile che esercitava giurisdizione criminale nell’Esarcato di Rimini. Al termine di un pubblico esame, Afiarta confessò i delitti a lui imputati.

A questo punto, Adriano I ordinò che Paolo Afiarta fosse tradotto a Costantinopoli e colà detenuto. L’Arcivescovo Leone trattenne però la lettera papale destinata all’Imperatore bizantino e si rifiutò persino di far imbarcare il condannato in un porto delle Venezie, così come suggerito dal Papa. Leone sostenne che il Duca veneziano Maurizio avrebbe potuto usare Afiarta quale pedina di scambio per riscattare il proprio figlio, che era ancora prigioniero dei Longobardi.

Il Sacellarius papale, Gregorio, transitando per Ravenna e diretto a Pavia, ordinò a Leone di non commettere violenza alcuna contro Paolo Afiarta, poiché avrebbe dovuto condurlo a Roma al suo ritorno da Pavia. Non appena partito il Sacellarius Gregorio, l’Arcivescovo Leone condannò a morte Paolo Afiarta, chiedendo a posteriori il consenso papale. Papa Adriano I, che non voleva figurare quale complice di un’eliminazione tanto azzardata quanto sbrigativa, riversò l’intera responsabilità del gesto sul ravennate Leone, ribadendo che Afiarta avrebbe dovuto essere trasferito a Roma e qui costretto a una dura penitenza, piuttosto che essere sommariamente giustiziato. In ogni caso, la morte di Paolo Afiarta ebbe notevoli ripercussioni, in quanto sancì definitivamente la fine del progetto d’alleanza di Roma con il Regno Longobardo, di cui egli era stato un tenace e sfortunato fautore.

Il “doppio gioco” di Papa Paolo I che, a Roma nel 763 d.C., beffò Re Desiderio

Il “doppio gioco” di Papa Paolo I che, a Roma nel 763 d.C., beffò Re Desiderio

Il “doppio gioco” di Papa Paolo I che, a Roma nel 763 d.C., beffò Re Desiderio

Dopo la sepoltura di Papa Stefano II, suo fratello Paolo fu eletto successore, informando immediatamente Re Pipino dell’elezione con una lettera. Nella lettera lo chiamava “auxiliator et defensor Rex, quod firmi et robusti”. La sua prima apparizione pubblica avvenne a Roma in qualità di “Diacono”, membro del Consiglio ecclesiastico, con il compito di organizzare la solidarietà e gli aiuti all’interno e all’esterno della Chiesa locale. Per assolvere a questo compito fu spesso incaricato dei negoziati diplomatici con i Re longobardi e inviato a Costantinopoli.

Alla morte di Stefano II, avvenuta il 26 aprile 757, Paolo fu subito scelto quale successore da coloro che volevano continuare la politica del Papa precedente. La parte filo-bizantina, che deteneva il potere a Roma, cercò invece di far eleggere l’Arcidiacono Teofilatto. Questa lotta non durò molto a lungo. Infatti, Paolo I fu consacrato circa un mese dopo la morte del fratello Stefano.

È curioso notare che il primo atto ufficiale del nuovo Papa fu la comunicazione dell’elezione a Re Pipino e non all’Imperatore Costantino V, come invece sarebbe stata prassi corretta. Forse, il neo eletto Papa, voleva ribadire la decisione di affidarsi alla protezione del Re franco, Pipino. Evidentemente, quest’ultimo era già venuto a conoscenza delle tensioni e delle opposizioni al Papa. Nella risposta di felicitazioni per l’elezione, si preoccupò infatti di esortare il popolo e tutta la nobiltà romana alla fedeltà a San Pietro. Dopo questo breve discorso, i Romani acclamarono Papa Paolo I come loro Signore e Pipino il Breve, il Re dei Franchi, divenne il severo protettore di Roma.

Secondo il Papa, l’alleanza tra lo Stato Pontificio e il Regno franco doveva essere mantenuta a ogni costo. Questo perché un comportamento troppo aggressivo di Re Desiderio avrebbe messo in serio pericolo l’autonomia del giovane Stato della Chiesa. Desiderio, lungi dal consegnare le città che aveva promesso in dono a Papa Stefano II, manteneva ancora il controllo di Imola, Osimo, Bologna ed Ancona. Nel 758 aveva lanciato una campagna militare per riprendersi i ducati di Spoleto e Benevento, che si erano ribellati, probabilmente su istigazione dello stesso Papa Paolo I, il quale aveva architettato tutto ciò al fine di trovare altri pretesti e nuove motivazioni per invocare l’intervento militare di Re Pipino contro i Longobardi.

Nonostante la situazione di grave tensione, Papa Paolo I invitò Desiderio a Roma nel 763 nel tentativo di mantenere comunque buoni rapporti e di vedersi restituire le città promesse. Il comportamento di Re Desiderio durante l’incontro rimase comunque ambiguo. Tuttavia, pregò il Papa di intercedere presso il Re franco per la restituzione degli ostaggi longobardi ceduti dal defunto Re Astolfo dopo la sua sconfitta.

L’astuto Papa inviò a Pipino due lettere. Una in cui illustrava al Re franco la richiesta di Re Desiderio e una seconda lettera segreta che conteneva la solenne raccomandazione di intervenire al più presto contro i Longobardi in Italia e di non riconsegnargli assolutamente gli ostaggi richiesti nella sua prima lettera. Tuttavia, Re Pipino ritenne saggiamente più opportuno mantenere buoni rapporti anche con i Longobardi. Pertanto, decise di non porre i ducati di Spoleto e Benevento sotto l’influenza diretta della Santa Sede.

In seguito, con una decisione a sorpresa, il Re franco appoggiò pienamente Papa Paolo I nelle rivendicazioni di Roma contro i Longobardi. Di fatto, due anni dopo l’incontro tra Re Desiderio e Papa Paolo I a Roma, gli equilibri erano diametralmente cambiati a sfavore di Re Desiderio. Tanto che, nel 765, furono ripristinati i privilegi papali nella Tuscia, nel territorio di Benevento e in parte anche in quello di Spoleto.

Il sito archeologico dei Piani di Barra

Il sito archeologico dei Piani di Barra

I resti già scavati e recuperati degli edifici dei Piani di Barra sono sparsi su cinque terrazze. Più in alto rispetto alle altre terrazze si trovava l’Edificio principale. Così chiamato, non solo per le sue discrete dimensioni e la disposizione dominante, ma anche perché era formato da tre grandi edifici a due piani ed un ampio cortile, nonché per i manufatti ritrovati al suo interno. Si trattava di: ciotole, bicchieri, vetri di finestre, lastre di marmo, stucchi colorati, piastrelle, porcellane pregiate, ma anche di un anello cloisonné, di un paio di speroni in metallo e soprattutto, di una strana “Corona Sospesa”.

Delle tre ali che sono oggi visibili, rimangono intatte solo le fondamenta di quella a nord e di quella ad est: la prima era suddivisa in diverse piccole stanze, tra cui una grande sala di ricevimento al secondo piano. La seconda ala, costituita da un lungo edificio, probabilmente era utilizzata quale caserma per gli Arimanni di guardia. Una terrazza alla fine dell’Edificio principale conteneva l’unica fonte d’acqua conosciuta e utilizzata all’epoca. La presenza di numerosi focolari, quasi uno per stanza, suggerisce che questi edifici erano utilizzati quali abitazioni. Tra i manufatti rinvenuti figurano delle ceramiche comuni e fini, pettini d’osso, pesi da telaio, ciotole di vetro ed oggetti metallici di uso quotidiano, quali coltelli ed anelli. La somiglianza tra la disposizione di alcuni edifici con tre stanze parallele e un portico in comune, suggerisce che si trattava di una specie di “condominio”. 

La maggior parte degli edifici dei Piani di Barra era multifunzionale ed in alcuni edifici sono stati ritrovati elementi di stoccaggio, ovvero anfore. Inoltre, vari utensili per la lavorazione dei metalli, martelli e soprattutto mantici spessi circa un metro, sono stati rinvenuti su un ripido pendio, tanto che in alcuni punti è stato necessario sostenerli con pilastri. Sono ancora visibili le rovine delle antiche mura costruite ad un livello costante di 650-700 metri sul livello del mare. 

L’accesso a questo pendio è di per sé abbastanza difficile: ci si chiede allora perché gli abitanti volessero difenderlo. Oppure, se si volesse solo collegare rapidamente con un camminamento le tre torri, costruite in un’altra zona ben più difendibile. Delle tre torri identificate e costruite su questo muro, solo due sono state scavate. Come il muro, le torri erano costruite in muratura. Le due torri scavate avevano entrambe tetti in tegole; una delle due torri era più piccola e costruita con dei contrafforti, mentre la terza torre era costruita con una profonda trincea di fondazione. La parete ovest della seconda torre presentava una scala della quale rimangono solo tre gradini interni e girava intorno alla parete nord passando sopra la porta. 

Le fortificazioni dell’Eremo, già rilevate e scavate, sono costituite da mura e da una torre, entrambe rivolte a sud. L’Eremo è un affioramento roccioso in cima alla montagna, ma le sue mura non forniscono alcuna prova di datazione certa. Potrebbe essere esistito un edificio (il Castellozzo), costituito da un piccolo castello. Ma ciò non è accertato, perché il sito non è stato ancora scavato. A differenza delle altre torri, quella dell’Eremo è stata costruita in mattoni murati mischiati a macerie. Ciò potrebbe avere a che fare con la struttura precedente su cui è stata costruita, ampliata, oppure elevata la torre sud. La questione dei mattoni è particolarmente interessante. È possibile che una precedente struttura con tetto di tegole (forse un’altra torre) sia crollata. Le tegole ed i resti furono quindi utilizzati per costruire una nuova torre. Le fortificazioni non hanno prodotto alcuna prova di datazione certa, a parte una bella fibula di bronzo del V-VI secolo. E ciò conferma quanto gli edifici e le fortificazioni siano coevi.

Teodorico, che governò l’Italia nel 493 d.C., distribuì ai suoi uomini le terre di Odoacre, soprattutto nella Pianura Padana, creando un “centro gotico”. In seguito, nella regione alpina, istituì una serie di fortificazioni che avrebbero sostituito le vecchie truppe tardo-romane di confine, già note quali ”limitanei”. Supponendo quindi che il Monte Barro fosse una fortezza, la sua costruzione potrebbe essere attribuita a sforzi di fortificazione storicamente provati. La stratigrafia delle torri del “muraioo” e dell’Eremo, indicano due diversi periodi d’occupazione. Infatti, la torre del “muraioo” presenta un primo strato d’occupazione, il quale indica un breve periodo d’utilizzo, seguito da un nuovo strato di abbandono. In seguito, si è formato uno strato più ricco e spesso, che forse indica un periodo di occupazione più lungo. A questo segue la fase finale di distruzione ad opera dell’incendio. 

L’Eremo, invece, suggerisce due distinti periodi d’occupazione, associati ad una delle torri costruite nello stesso sito. In assenza di prove cronologiche certe, è impossibile fare ipotesi sulla sua natura. Nel caso delle torri del “muraioo”, il primo livello d’uso può essere legato alla necessità di proteggere il sito durante la costruzione. D’altra parte, il secondo livello, d’uso più assiduo, può essere legato all’attività militare nella zona, forse causata dall’invasione bizantina dell’Italia (535 d.C.), quando c’era una maggiore necessità di vigilanza. Tuttavia, non è possibile fornire alcuna prova certa di una data esatta. 

Tutti gli edifici e le torri sono stati rasi al suolo, suggerendo che l’insediamento abbia subito una totale distruzione. Infatti, nell’Edificio principale, il livello dei detriti stratificati che coprono l’intera ala nord, è una chiara indicazione del crollo di questa costruzione. Questo livello di distruzione risale alla conquista bizantina dell’Italia, cioè la Guerra Gotica, che iniziò nel 535 quando Belisario conquistò la Sicilia e l’Illirico. Poi condusse il suo esercito da sud a nord verso Ravenna. Mentre Ravenna era assediata, Milano ed il nord Italia, dove si era insediata la maggior parte dei Goti, si arresero ai Bizantini nel 538 d.C. Con l’avvenuta conquista di Ravenna la guerra gotica sembrava finita. Tuttavia, il nuovo Re, Totila, lanciò un’importante ribellione contro i Bizantini nel 540 d.C. Ciò prolungò la guerra per altri vent’anni prima della definitiva conquista da parte dei Bizantini nel 560 d.C. 

Sarebbe davvero difficile attribuire la distruzione del sito sul Monte Barro ad un singolo evento bellico. È molto più ragionevole ipotizzare che il sito sia stato distrutto durante un periodo di guerra (540-560 d.C.) quando, tutta la Pianura Padana era in costante stato bellico e di pestilenza e che il sito sia stato così abbandonato e depredato per vari secoli.

I Piani di Barra ed il “Castellozzo” furono una fortezza nell’Alto Medioevo?

I Piani di Barra ed il “Castellozzo” furono una fortezza nell’Alto Medioevo?

Monte Barro era una fortezza nell’alto medioevo?

Sono in molti a chiederselo. In che misura Monte Barro assomigliava alle fortezze coeve nella stessa regione? Ed ancora: considerato che probabilmente si trattava di un insediamento fortificato composto d’alcune mura e da diverse torri e che sembra essere stato distrutto in modo piuttosto massiccio nell’ultima guerra gotica, è del tutto ragionevole supporre che l’insediamento sul Monte Barro fosse una fortezza? 

Una cosa è certa: questa posizione collinare è tipica delle antiche fortezze. Infatti, l’insediamento di Monte Barro, fortificato oppure no, si trova in una posizione che permette di dominare un’ampia area e di essere facilmente difeso anche da pochi soldati sfruttando la naturale pendenza della montagna. La sua posizione è inoltre legata ad una serie di fortezze costruite da Teodorico sulle Alpi, che proseguivano le strategie del periodo tardo-romano. Infatti, la fortezza del Monte Barro presenta varie analogie con altre fortezze ben conosciute in questo periodo nella stessa regione. In effetti, sono note alcune fortezze simili in cui sono stati scavati altri siti archeologici (Lomello, Castel San Pietro, Bellinzona, Isola Comacina, Laino, Ponte Lambro, Monte Castello di Giano, eccetera). Tuttavia, colpisce il fatto che i forti di confine di quello stesso periodo storico, fossero presidiati da soldati ed abitati anche dalle loro famiglie. Anche questo sembra essere il caso. 

Queste coincidenze, sono sufficienti per considerare il Monte Barro una fortezza? Una descrizione dettagliata di com’erano costruiti i forti di confine nel periodo tardo-romano, è contenuta in un antico documento: lo “Strategikon” di Maurizio (582-602). E’ evidente che, sia gli Ostrogoti che i Bizantini, abbiano ereditato una certa organizzazione militare romana. Quindi, possiamo supporre che questa descrizione bizantina sia probabilmente molto accurata. Lo Strategikon afferma infatti che i forti di confine dovevano essere costruiti su colline, da cui si potevano inviare dei segnali ottici. Inoltre, dovevano essere costruiti solidamente in mattoni, pietra e malta. Maurizio, raccomandava che questi forti dovevano essere in grado d’immagazzinare cibo e acqua in grandi serbatoi per tre o quattro mesi, sempre se non c’erano dei fiumi o delle sorgenti nelle vicinanze. 

Le murature del Barro furono costruite esattamente come avrebbero dovuto essere. Inoltre, i grandi serbatoi d’acqua a servizio dell’Edificio principale, nonché le ossa di animali frantumate trovate un po’ in tutta l’area scavata, indicano certamente la presenza di cibo in abbondanza. E vi sono varie sorgenti che a tutt’oggi danno ottima acqua. Inoltre, il Monte Barro si distingue da altri “castellieri” per le sue enormi dimensioni. Questo fatto lo rendeva equivalente ai grandi “castra”, con funzioni diverse da quelle puramente militari, come la fortezza di Castelseprio del V-VI secolo, che aveva anche una piccola chiesa. Esattamente come il Monte Barro. 

Vi è infine la scoperta dell’esistenza di una particolare “Corona Pendente”. La presenza di un tale oggetto può essere attribuita solo ad una figura influente che era collegata direttamente al regime centrale. Questo significa che il Monte Barro facesse parte dell’Amministrazione territoriale? 

Monte Barro occupa una posizione invidiabile ancora oggi, dominando buona parte della Pianura Padana ed il Lago di Como. Ciò lo rendeva anche in passato un punto decisamente strategico per il controllo dei vari movimenti lungo la strada romana che collegava il lago, il valico, la flotta di imbarcazioni lacustre e fluviali con Milano e con i valichi montani. Inoltre, i ripidi bastioni del Barro erano di difficile accesso per qualsiasi esercito. Quindi, potevano essere facilmente difesi da una piccola guarnigione con ridotte risorse e pochi militari stanziali. Infine, l’abbondanza di fonti d’acqua, la coltivazione di cereali e di frutta, la possibilità di cacciare e la disponibilità di vari tipi di materiali da costruzione, ne facevano un luogo davvero ideale per la creazione di un’enclave, un po’ nascosta e ben fortificata, quindi facilmente difendibile. 

Grazie al relativo isolamento da altre montagne, le pendici meridionali del Monte Barro offrono una bella vista su Milano, a circa 40 km di distanza, nonché su gran parte della Val Padana. Il versante settentrionale, più scosceso, non è facilmente accessibile. Il passo verso il Lago di Como non è visibile, ma sono visibili altre piccole fortezze nel raggio di 20 km dal Monte Barro. È anche possibile che il Monte Barro non fosse una difesa oppure una fortificazione di prima linea, bensì il punto focale di una serie di fortini più piccoli sparsi nella zona. L’Edificio principale potrebbe essere stato il centro, cioè la sede amministrativa, non solo del Monte Barro, ma anche di altre fortezze nel raggio di 20 km dal Barro. 

La presenza della “Corona sospesa” ritrovata ai Piani di Barra, avvalora questa tesi. Fu sicuramente appartenuta ad un personaggio influente che magari la ricevette quale parte della “regalia” per la sua posizione di “governatore”. Tuttavia, la connotazione fisica del Monte Barro si rivelò a lungo essere piuttosto scomoda, anche a causa della concreta difficoltà d’accesso. Ancora oggi, infatti, è necessario camminare per più di un’ora dalla zona centrale di Galbiate per arrivare sino ai Piani di Bara. Ciò può spiegare la breve vita dell’insediamento militare. 

Nonostante l’importanza e la visibilità sul transito offerta dal Monte Barro, non vi sono ancora valide prove scientifiche che suggeriscano che qui sia stata costruita una fortificazione resistente anche in altri momenti dell’Alto o Basso Medioevo. Il fatto che il Monte Barro fosse stato abitato solo durante il breve periodo gotico, può essere utilizzato per spiegare perché facesse parte del sistema alpino romano riciclato dai Goti. Tuttavia, quando il potere dei Goti fu definitivamente disperso, l’intero sistema crollò. Alcuni storici e archeologi moderni pensano che l’insediamento del Monte Barro potesse essere collegato al regime militare degli Ostrogoti nell’Italia settentrionale. Questa tesi si basa: sulla posizione, sul contesto cronologico, sull’area fortificata circostante, nonché sulla presenza di un’inusuale e fuori contesto, “Corona sospesa”, che essi ritengono gotica.

Tuttavia, è questa l’unica tesi o vi sono altre possibilità?  A mio parere, si…!

La misteriosa “Corona Pensile”

La misteriosa “Corona Pensile”

La “Corona Pensile” è stata rinvenuta qualche anno addietro fra i resti del crollo del piano superiore dell’ala nord dell’Edificio principale. Si presentò agli archeologi in cinque frammenti attorcigliati, unitamente a tre lunghi segmenti di catena. Era stata abilmente ricavata da un’unica sottile lastra di bronzo. Quando era nuova aveva un diametro di circa venti centimetri. La decorazione dei bordi superiore ed inferiore comprendeva un’alternanza di curve e di angoli. Le varie curve erano costituite da semicerchi ritagliati sulle fasce superiore ed inferiore. Mentre la fascia centrale, alternava piccoli triangoli con la base rivolta verso l’alto oppure verso il basso. Semicerchi e triangoli erano decorati nel loro perimetro con vari punti punzonati. Dagli angoli inferiori pendevano degli elementi di bronzo che contenevano dei pezzi di pasta vitrea di colore verde ed arancione. 

La corona si trovava nella sala principale dell’ala nord, che costituiva probabilmente il centro amministrativo dell’intero sito. Nella stanza erano presenti anche tre croci appese e vare lastre di mica. Le tre croci avevano un’influenza germanica per via delle loro estremità trapezoidali. Furono messe dagli archeologi in relazione con alcune lucerne, per la natura rifrangente della mica ivi ritrovata. Le corone pendenti si ritrovavano spesso in associazione con altri tipi di lampade pendenti. Probabilmente, derivavano dalle ormai conosciute corone militari romane, che avevano un chiaro significato trionfale per Imperatori, Re, Consoli o Generali. Sebbene le corone siano state collegate alla regalità, nel periodo tardo-antico sembrano aver mantenuto un simbolismo di onore e di vittoria, piuttosto che regalità. 

Le uniche corone pendenti sopravvissute intatte ci provengono dal Regno visigoto d’Iberia. I Visigoti usavano queste corone quale simbolo del potere. Ogni Re, una volta eletto, donava una corona al suo Palazzo reale per commemorare il proprio Regno. In questo contesto, le corone erano segni di onore regale, ma non di regalità, in quanto i Re dei Goti erano semplicemente “unti” e non “incoronati”. In Spagna sono invece state rinvenute altre tre corone minori, ma non regali. Tutte e tre possiedono elementi di sospensione in pasta vitrea e sono realizzate in un’unica lastra bronzea con decorazione geometrica. Le dimensioni sono simili. Quindi, sono molto più simili a quella rinvenuta sul Monte Barro che non a quelle donate dai Re dei Goti. Le corone visigote erano d’oro, mentre la corona del Monte Barro era di bronzo, come quelle spagnole. In passato, quando la corona rinvenuta sul Monte Barro era nuova, poteva anch’essa essere stata lucidata a specchio ed era di certo di un bel colore dorato, ma non era fatta d’oro come quelle dei Goti…! 

Le corone minori, come quella del Monte Barro, potrebbero quindi non essere appartenute né alla più alta aristocrazia, né alla regalità, ma certamente a persone d’alto rango e con molta ricchezza. In ogni caso, dobbiamo collegare le corone a singoli individui o destinatari d’alti onori. In effetti, anche le corone pendenti romane erano dei simboli di vittoria e d’onore, ma non necessariamente di potere, nonostante il fatto che per i romani vittoria, onore e potere siano concetti strettamente legati. Quando i Goti crearono i loro regni, si appropriarono di questi simboli romani d’onore. Spesso li utilizzarono come propri, realizzandoli con le loro tecniche tradizionali.

Tuttavia, la prima corona gota di cui si abbia notizia, è quella di Reccared, citata nella “Storia del Re Wamba”. Questa corona sospesa apparve pertanto oltre quarant’anni dopo la fine dell’insediamento dei Goti sul Monte Barro. Possiamo supporre che la corona sia gota? Sappiamo che il sito è stato una fortezza di epoca ostrogota. Quindi, un simbolo romano di potere per di più in un contesto gotico, potrebbe anche indicare una politica di continuità romana da parte di Teoderico. Cosa significa allora questa corona nel contesto del Monte Barro? Potrebbe essere un simbolo di onore e vittoria? Sono entrambi due concetti questi, che si adattano più ad un contesto militare: ma per chi? E perché? Potremmo anche ipotizzare che i Goti usassero già la corona pendente quale simbolo d’onore e di gloria e che la sua decorazione geometrica potesse far pensare ad una manifattura germanica. Quindi: la corona potrebbe far pensare ad un alto ufficiale gotico residente nell’Edificio principale? Ma a chi appartenne? Forse ad un’ufficiale oppure ad un comandante reale? Ovvero ad un governatore locale? 

Si potrebbe anche essere tentati di considerare la corona ritrovata sul Monte Barro come un segno di fondazione regale. Tuttavia, la corona e la fondazione del sito, non possono in alcun modo essere abbinate su base archeologica. Ciò nonostante, la semplice presenza della corona sospesa del Monte Barro, indica chiaramente un legame diretto tra l’amministrazione centrale gotica ed il sito. O almeno, con un membro dell’élite gotica. Ma il mistero permane. Nessuno, almeno per il momento, se non con la fantasia, è stato ancora in grado di svelarlo efficacemente in termini scientifici e storici…!

La battaglia di Mortara 773 d.C.

La battaglia di Mortara 773 d.C.

Impressionante fu la battaglia combattuta nell’ottobre del 773 d.C. nei pressi di Mortara. Fu una delle più cruenti battaglie combattute tra Franchi e Longobardi. Si narra che il prospiciente borgo prese il nome dall’epico scontro che si risolse in una spaventosa carneficina. Secondo la tradizione storica, i morti furono oltre 70.000 ed il luogo della battaglia prese il nome di “Mortis Ara”, cioè: “Altare della Morte”. Da qui il nome della città di Mortara.

Carlo Magno, lasciata parte dei suoi uomini all’assedio di Pavia, raggiunse Milano e proseguì verso altre città cercando di convincere pacificamente alla resa altri Duchi Longobardi che, dopo aver visto sbandarsi l’intero esercito longobardo assediato a Pavia, deposero le armi e consegnano le loro città senza spargere altro sangue.

Il Re franco raggiunse poi Verona, dapprima l’assediò, ma tentò comunque di evitare un ennesimo scontro, inviando messaggi di pace al Duca ed alla popolazione locale. L’intento di Carlo Magno era principalmente di far sparire dalla scena i suoi nipotini, principi, figli di Carlomanno e Gerberga, legittimi eredi al trono franco. Chiese la resa di Adelchi che, fuggendo da Pavia, si era rifugiato a Verona. I cittadini, poco disposti a lottare per difendere un esercito perdente, aprirono le porte ai carolingi e consegnarono loro gli scomodi fuggiaschi. 

Adelchi riuscì a fuggire e riparò nel vicino territorio bizantino da cui, in seguito, partirà per Costantinopoli. Egli credette ingenuamente che l’antico nemico bizantino si sarebbe alleato con lui e l’avrebbe sostenuto militarmente contro il Re franco, strenuamente convinto che Re Carlo Magno stesse sottraendo, sia ai Bizantini che ai Longobardi, l’intero territorio italico.

Costantinopoli guardava già oltre: l’Italia era un ricordo del passato, la presenza bizantina nel sud Italia, ormai ridotta a piccolissimi territori disseminati a “macchia di leopardo”, che ormai costituivano solo un peso per l’erario. Gli spietati funzionari che raccoglievano le imposte, con angherie e soprusi, non riuscivano più neppure a pagare se stessi.

La situazione era decisamente cambiata. Si erano creati nuovi centri di potere, era tempo che anche i governanti degli altri territori italiani si schierassero aderendo ai nuovi equilibri. I Duchi dei territori longobardi e bizantini trovarono più conveniente passare sotto la protezione del Papa, ora protetto ed appoggiato da Carlo Magno. Il Re franco aveva ormai messo in ginocchio quasi tutto il Nord Italia e riconquistato numerosi territori ex bizantini, a suo tempo usurpati dai Longobardi. Il primo a passare sotto la nuova bandiera fu proprio il Duca di Spoleto, lo stesso salito, a suo tempo, al Nord per offrire incondizionato appoggio a Desiderio.

Il Duca, constatata la mal parata del Re longobardo assediato a Pavia, inviò le sue credenziali a Re Carlo Magno, asserendo che aveva già espresso volontà di sottomissione al Papa. A breve lo seguirono i suoi omonimi di Ancona, Osimo, Fermo e di Città di Castello, dichiarandosi fedeli sudditi del Papa. Agli inizi del giugno del 774, a causa di queste terribili notizie, la gloriosa capitale dei Longobardi, Pavia, fu costretta ad arrendersi.

Alla fine dello stesso mese, il vittorioso Carlo Magno assunse il titolo di Re dei Longobardi, oltre che Re dei Franchi, ponendo così fine al Regno di Re Desiderio.

La sconfitta della Città di Pavia 774 d.C.

La sconfitta della Città di Pavia 774 d.C.

La sconfitta della Città di Pavia ad opera di Carlo Magno

Re Carlo, dopo essere partito da Roma, ritornò all’assedio di Pavia. Il 6 giugno 774 d.C., dopo circa nove mesi di strenua resistenza, la città di Pavia, ormai stremata, vinta dalla fame, dalla sete e dalla peste, si arrese. Re Desiderio avrebbe potuto ed anche voluto resistere, ma sporcizia, malattie infettive, scarsità di cibo ed acqua avevano già provocato fin troppe pestilenze e vittime. Presto sarebbe arrivata l’estate e la sua Gente non avrebbe mai potuto affrontarla in quelle pietose condizioni. Sarebbe stato un inutile, penoso suicidio collettivo. Entrato a Pavia la sera del 10 luglio, Re Carlo Magno cinse la Corona Ferrea e fu quindi proclamato Re dei Franchi, Re dei Longobardi e difensore dello Stato Pontificio. Ma sarà solo dopo l’annessione dei territori della Longobardia Major, che Re Carlo passerà alla storia come “Re Carlo Magno” divenendo, di fatto, Imperatore. Non ritenne però di imporre oltre la propria presenza personale nella penisola italica. Aveva altri territori da controllare. A nulla valsero le ripetute proteste, nonché le accorate suppliche di Papa Adriano I, il quale continuò insistentemente a rivendicare al neo Imperatore i cosiddetti “territori di San Pietro”.

Pavia si era arresa, Verona era capitolata. Il fuggiasco Adelchi si rifugiò dapprima nei territori bizantini in Italia e poi chiese asilo nella città di Bisanzio. Costantino VI, l’Imperatore bizantino, preso atto dell’eccessivo rafforzamento dei Franchi, valutò attentamente la nuova situazione creatasi in Italia prima di intervenire militarmente. Concesse ad Adelchi, il titolo di “Patrizio Bizantino”, ma non l’aiutò, nonostante le varie sollecitazioni avute da più parti per intervenire in Italia. Per il popolo longobardo sembrava ormai suonata l’ora della totale sconfitta e dell’estinzione.

Nonostante tutto, Adelchi, nel 788 d.C., partecipò ad una spedizione militare in Italia insieme all’esercito bizantino. Sbarcato in forze in Calabria, Adelchi fu sconfitto dai Franchi aiutati nell’intento proprio dagli stessi Longobardi di Benevento, Ducato che fu da sempre antagonista alla propria stirpe fondatrice. Infatti, non nacque come tutti gli altri ducati del settentrione, ma fu creato da alcuni ribelli appartenenti a nobili famiglie longobarde durante i dieci anni di “anarchia longobarda”. Il fatto che Benevento coniasse una propria moneta dimostrava quanto fosse indipendente questo Ducato dai “cugini longobardi” del Nord Italia e dall’autorità stessa di Desiderio.

In effetti, nel corso della storia, Benevento mostrò chiaramente di essere il più opportunista tra tutti gli altri Ducati, tanto da non soccombere ai Franchi. Gli ultimi Duchi longobardi beneventini, appoggiandosi più al Papa che non ad altri alleati, riuscirono a conservare il loro territorio per altri tre secoli dopo la sconfitta dei Longobardi al nord.