Ecco come Papa Adriano I, nel 772 d.C. iniziò a destabilizzare il Regno di Re Desiderio

Se le azioni di Papa Paolo I minarono profondamente l’alleanza tra i Longobardi e il Vaticano, le decisioni prese da Papa Adriano I durante il suo pontificato, crearono un effetto “domino”, tremendamente distruttivo, che fece crollare definitivamente il Regno longobardo.

Alla morte di Papa Stefano III, il potente ex “Dux Romanorum”, Paolo Afiarta, s’adoperò per imporre quale Papa una persona che fosse gradita sia a lui, sia ai Longobardi. I cittadini romani, memori delle sue pregresse epurazioni tra i nobili, lo osteggiarono apertamente considerando la sua intromissione quale longa manus dei Longobardi a Roma. Per tali ragioni scelsero come Papa, Adriano I. Membro scelto dell’aristocrazia cittadina, Adriano I era manifestamente filo-imperiale e filo-franco, decisamente antagonista dei Longobardi.

Il neo-Pontefice, grande stratega, evitò di entrare subito in conflitto con il potente Paolo Afiarta, al quale concesse pure un’importante carica di nuova istituzione: “Superista”, ossia Capo della Casa Militare del Papa (l’attuale Comandante del Corpo della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano e Direttore dei Servizi di Sicurezza). Contemporaneamente, richiamò gli “Iudices palatini” esiliati, e fece liberare coloro che giacevano in carcere ad opera di Paolo Afiarta.

Re Desiderio non ritenne opportuno osteggiare il neo-eletto Pontefice, anzi gli offrì la propria amicizia confermandosi quale difensore di Roma. Papa Adriano I gli replicò, chiamandolo in Vaticano per intimargli la restituzione delle “Iustitiae”, cioè delle varie promesse mai mantenute né da lui, né dai precedenti Re longobardi. Nel marzo del 772 d.C., manifestando un’artificiosa obbedienza, Desiderio ritenne strategico aumentare la pressione sul Vaticano spostando ingenti truppe militari in Emilia, appena prima di recarsi a Roma. Il Papa inviò subito in legazione a Pavia il suo Superista, Paolo Afiarta. Al fidato amico e novello Superista, Re Desiderio, per tutta risposta, affidò il delicato incarico di perorare presso il Pontefice la causa dei figli del defunto Re Carlomanno. Re Desiderio intendeva, con quest’accorata supplica, evitare che tutto quanto il potere dei Franchi si concentrasse in un’unica figura, quella di Re Carlo Magno.

Nel frattempo, durante l’assenza da Roma di Paolo Afiarta, Papa Adriano I avviò un’inchiesta sulla misteriosa scomparsa di Sergio, “Sacellario Papale”, il suo più alto Funzionario addetto all’amministrazione del Tesoro Papale, ovvero il “Tesoriere Unico”. L’indagine effettuata designò ben tre mandanti: lo stesso Paolo Afiarta, il “Defensor Regionarius” Gregorio, nonché il Duca Giovanni. I complici di Afiarta, interrogati sotto tortura, confessarono indicando il luogo ove giaceva sepolto il corpo di Sergio.

Afiarta, mentre faceva una tappa in città di ritorno dalla sua missione papale a Pavia, fu riconosciuto artefice della congiura ed arrestato a Rimini dall’Arcivescovo ravennate Leone. L’Arcivescovo Leone, su iniziativa autonoma rispetto alle precise istruzioni ricevute dal Pontefice, consegnò l’eminente prigioniero al “Consularis”, il Magistrato Civile che esercitava giurisdizione criminale nell’Esarcato di Rimini. Al termine di un pubblico esame, Afiarta confessò i delitti a lui imputati.

A questo punto, Adriano I ordinò che Paolo Afiarta fosse tradotto a Costantinopoli e colà detenuto. L’Arcivescovo Leone trattenne però la lettera papale destinata all’Imperatore bizantino e si rifiutò persino di far imbarcare il condannato in un porto delle Venezie, così come suggerito dal Papa. Leone sostenne che il Duca veneziano Maurizio avrebbe potuto usare Afiarta quale pedina di scambio per riscattare il proprio figlio, che era ancora prigioniero dei Longobardi.

Il Sacellarius papale, Gregorio, transitando per Ravenna e diretto a Pavia, ordinò a Leone di non commettere violenza alcuna contro Paolo Afiarta, poiché avrebbe dovuto condurlo a Roma al suo ritorno da Pavia. Non appena partito il Sacellarius Gregorio, l’Arcivescovo Leone condannò a morte Paolo Afiarta, chiedendo a posteriori il consenso papale. Papa Adriano I, che non voleva figurare quale complice di un’eliminazione tanto azzardata quanto sbrigativa, riversò l’intera responsabilità del gesto sul ravennate Leone, ribadendo che Afiarta avrebbe dovuto essere trasferito a Roma e qui costretto a una dura penitenza, piuttosto che essere sommariamente giustiziato. In ogni caso, la morte di Paolo Afiarta ebbe notevoli ripercussioni, in quanto sancì definitivamente la fine del progetto d’alleanza di Roma con il Regno Longobardo, di cui egli era stato un tenace e sfortunato fautore.