Cosa successe ai Longobardi dopo l’assedio di Pavia?

Durante l’assedio di Pavia, in occasione della Pasqua, Re Carlo Magno volle recarsi nella capitale papale.

L’accoglienza che gli tributarono fu pari solo a quella riservata ai più grandi conquistatori romani. Papa Adriano lo attendeva sulla soglia della cattedrale di San Pietro. Re Carlo Magno, giunto ai piedi della gradinata, la risalì scenicamente tutta in ginocchio, baciando uno a uno i numerosi gradini che lo conducevano ai piedi del Pontefice.

Il Papa l’invitò a rialzarsi e l’abbracciò come se fosse un fratello. Papa Adriano, presolo sotto braccio, lo mise alla sua destra ed entrò in chiesa scendendo con lui nella tomba di Pietro. Nella cripta, davanti alle sacre ossa dell’Apostolo, si giurarono solenne e reciproca fedeltà. 

L’accoglienza papale accompagnò l’ingresso trionfale di Re Carlo Magno nella città eterna. Nei giorni seguenti furono celebrate cerimonie di ringraziamento. Il 6 aprile si tenne un importante colloquio in San Pietro tra Re Carlo Magno e il Papa. Il Pontefice l’esortò e nello stesso tempo lo ammonì, affinché adempisse alla promessa fatta a suo tempo dal suo predecessore, Re Pipino, riguardo alla restituzione di città e territori delle province d’Italia appartenenti a San Pietro.

Il Papa sosteneva che il documento stilato a suo tempo con il Re Pipino era ormai andato perduto, quando invece sapeva benissimo che si trattava di una menzogna. Re Carlo Magno chiese di redigere un altro documento con un nuovo accordo. Questa volta pretese che fosse stilato in duplice copia, richiesta che sconcertò la Curia romana. Le nuove promesse fatte a Roma dal Re Carlo Magno, sebbene vergate su pergamena, controfirmate da tutti i Pari di Francia sull’altare dedicato a San Pietro, non furono mai mantenute. 

Re Carlo, dopo essere partito da Roma, ritornò all’assedio di Pavia. Il 6 giugno 774 d.C., dopo circa nove mesi di strenua resistenza, la città di Pavia, ormai stremata, vinta dalla fame, dalla sete e dalla peste, si arrese. Re Desiderio avrebbe potuto ed anche voluto resistere, ma sporcizia, malattie infettive, scarsità di cibo e acqua avevano già provocato fin troppe pestilenze e vittime. Presto sarebbe arrivata l’estate e la sua Gente non avrebbe mai potuto affrontarla in quelle pietose condizioni. Sarebbe stato un inutile, penoso suicidio collettivo.

Entrato a Pavia la sera del 10 luglio, Re Carlo Magno cinse la Corona Ferrea, fatta venire appositamente da Monza e fu quindi proclamato Re dei Franchi, Re dei Longobardi e difensore dello Stato Pontificio. Ma sarà solo dopo l’annessione dei territori della Longobardia Major, che Re Carlo passerà alla storia come “Re Carlo Magno” divenendo, di fatto, Imperatore.

Egli però non ritenne di imporre oltre la propria presenza personale nella penisola italica. Aveva altri territori da controllare. A nulla valsero le ripetute proteste, nonché le accorate suppliche di Papa Adriano I, il quale continuò insistentemente a rivendicare al neo Imperatore i cosiddetti “territori di San Pietro”. 

Pavia si era arresa, Verona era capitolata. Il fuggiasco Adelchi si rifugiò dapprima nei territori bizantini in Italia e poi chiese asilo nella città di Bisanzio. Costantino VI, l’Imperatore bizantino, preso atto dell’eccessivo rafforzamento dei Franchi, valutò attentamente la nuova situazione creatasi in Italia prima di intervenire militarmente. Concesse ad Adelchi, il titolo di “Patrizio Bizantino”, ma non l’aiutò, nonostante le varie sollecitazioni avute da più parti per intervenire in Italia.

Per il popolo longobardo sembrava ormai suonata l’ora della totale sconfitta e dell’estinzione. Nonostante tutto, Adelchi, nel 788 d.C., partecipò a una spedizione militare in Italia insieme all’esercito bizantino. Sbarcato in forze in Calabria, Adelchi fu sconfitto dai Franchi aiutati nell’intento proprio dagli stessi Longobardi di Benevento, Ducato che fu da sempre antagonista alla propria stirpe fondatrice. Infatti, non nacque come tutti gli altri Ducati del settentrione, ma fu creato da alcuni ribelli appartenenti a nobili famiglie longobarde durante i dieci anni di “anarchia longobarda”.

Il fatto che Benevento coniasse una propria moneta dimostrava quanto fosse indipendente questo Ducato dai “cugini longobardi” del Nord Italia, nonché dall’autorità stessa di Desiderio. In effetti, nel corso della storia, Benevento mostrò chiaramente di essere il più opportunista tra tutti gli altri Ducati, tanto da non soccombere ai Franchi. In effetti, gli ultimi Duchi longobardi beneventini, appoggiandosi più al Papa che non ad altri alleati, riuscirono a conservare intatto il loro territorio per almeno altri tre secoli dopo la sconfitta dei Longobardi al nord. 

A seguito della conquista dei territori longobardi da parte di Re Carlo Magno, nel giro di qualche tempo, si assistette agli sprazzi d’orgoglio di alcuni Duchi longobardi che non intesero lasciare il proprio ducato in mano a Re Carlo Magno, oppure al Papa.

I Duchi: Arechi II di Benevento, Ildebrando di Spoleto e Rotgaudo del Friuli, si ribellarono apertamente e si organizzarono con un loro piccolo esercito per riprendersi i propri privilegi, non riconoscendo la resa di Re Desiderio e considerandolo semplicemente “rinunciatario” al trono. Fu il Duca Rotgaudo a proclamarsi nuovo Re dei Longobardi. Re Carlo Magno, ritornando dalla Sassonia ove si era recato per domare la rivolta dei Sassoni che avevano distrutto le chiese del territorio, mise fine una volta per tutte alla riscossa dei Duchi longobardi e in più si riprese definitivamente tutti i territori a suo tempo donati dal “rinunciatario” Re Desiderio allo Stato della Chiesa.