Come vivevano i Longobardi sul Monte Barro nell’Alto Medioevo?

Mi sono seriamente chiesto se sul Monte Barro fosse plausibile che in passato potesse esistere una comunità di persone e di soldati più o meno numerosa e come potessero prosperarvi indisturbati per decenni.

La risposta mi è venuta dalla storia e dall’archeologia. In effetti, sul Monte Barro era vissuto un popolo, prosperato per anni, in un villaggio fortificato. Tale insediamento fu presumibilmente appartenuto ai Goti e in seguito dato alle fiamme dopo averlo abbandonato in tutta fretta per motivi ancora sconosciuti ai ricercatori. 

Non dimentichiamoci che tutt’oggi, il Monte Barro è una fonte di vita e di benessere per migliaia di persone. Tuttavia, nell’antichità, era probabilmente ricoperto da una folta vegetazione, molto più rigogliosa di quanto non lo sia oggi. Anche i pascoli dovevano essere decisamente più ampi di quelli attuali. L’intera montagna, infatti, è stata sfruttata più intensamente dall’uomo di quanto non lo sia ora, grazie alle numerose risorse di vita che poteva offrire. 

Il castagno, ad esempio, era la specie arborea più diffusa all’epoca. Infatti, oltre al suo gustoso e nutriente frutto consumato come cibo, quest’essenza era usata per la costruzione, per accendere il fuoco e perché forniva foglie commestibili per gli animali. Altra pianta importante era il faggio, pianta sacra per i Longobardi, nonché fonte di cibo e di salute che vive, oggi come allora, nelle zone più umide e fresche del Monte Barro.

Vi è poi la maestosa quercia, che invece prospera maggiormente nelle zone a sud, più esposte al sole. Dall’epoca dei Longobardi a oggi, la composizione del bosco non dovrebbe essere cambiata di molto: faggi, betulle, ontani, frassini, carpini, noci, noccioli, biancospini, ma soprattutto querce e castagni caratterizzano oggidì, come nell’Alto Medioevo, il variegato ambiente arboreo del Monte Barro. 

Ai Piani di Barra potevano essere coltivati orti e piccoli appezzamenti tenuti a vite. Per esempio, alle spalle dell’Edificio principale, sono state individuate tracce di terrazzamenti e muretti di pietra a secco, così come sul pendio meridionale. Proprio questo punto è ancora oggi favorevole alla crescita dell’olivo, di cui sono stati trovati una ventina di noccioli e di frammenti di legno antichi, che ne certificano l’originaria presenza sul Barro. Come pianta oleifera alternativa i Longobardi usavano il lino.

Si tratta di una specie erbacea versatile che produce fibre utili, nonché semi commestibili e farina, inoltre produce un ottimo olio. Semi di lino sono stati trovati nel magazzino dell’Edificio principale: è evidente che fu utilizzato quale condimento e aromatizzante per il pane, secondo antiche ricette ancora oggi utilizzate al nord Italia. L’uso dell’olio di lino al posto del più costoso olio d’oliva, oppure dell’olio di colza per scopi alimentari, era ancora presente nelle famiglie contadine fino all’inizio del secondo dopoguerra. 

Tra i cereali coltivati anticamente sul Monte Barro predominava il frumento tenero. Era un tipo di grano “nudo” i cui chicchi erano già perfettamente sbucciati dopo la prima trebbiatura ed era normalmente usato per fare il “pane bianco”. Insieme alla segale c’era anche l’orzo. Quest’ultimo destinato a diventare sempre più importante nel Medioevo in quanto, mescolato col grano, produceva il nutriente “pane nero di segale”.

Non dobbiamo dimenticare che l’orzo è ancora oggi l’ingrediente principale nella produzione della birra. Sono state rinvenute tracce di frumenti “vestiti”, cioè integrali, che dopo la trebbiatura dovevano essere ulteriormente decorticati. Si tratta di: farro e “farro piccolo”, nonché di miglio e del panico. 

Quasi tutti i legumi oggi coltivati esistevano sul Monte Barro. La produzione del grano era effettuata anche in altre località, cioè su aree pianeggianti ai piedi del Monte Barro, in genere superfici di un ettaro. Il prodotto era poi trasportato ai Piani di Barra e stoccato in un fabbricato a ovest dell’Edificio principale.

La dieta a base di soli carboidrati era compensata dalle castagne, i cui frutti sono stati ritrovati in grandi quantità nella dispensa dell’Edificio principale. Infatti, i boschi esistenti alle pendici meridionali del Barro erano fittamente ricoperti da estesi castagneti, le cui nutrienti bacche erano consumate fresche oppure essiccate. 

Brevemente sulla nutrizione carnea: in genere, capre, pecore e maiali, pre- dominavano nelle stalle delle fortificazioni alto medievali. Meno numerosi erano i bovini da carne. All’epoca i Piani di Barra non furono un luogo ideale per l’allevamento di carni bovine. Si potevano mantenere solo alcune vacche da latte, utilizzando il fieno del monte e la frasca delle latifoglie dei boschi circostanti per alimentarle. Quest’ultima preziosa fonte di foraggio, sempre disponibile in elevata quantità, poteva essere data anche a capre e pecore per tutto l’inverno.

I maiali del Monte Barro erano allevati prevalentemente allo stato brado, utilizzando quali barriere contenitive le mura del forte e sfruttando i boschi di faggio, posizionati sul versante settentrionale del Monte. Lo strutto ricavato dai suini era una materia prima alimentare molto importante per i residenti.

Infatti, nello scavo della dispensa ai Piani di Barra, è stata individuata una vasca in granito della capacità di circa 30 litri, del tutto simile a quelle in uso nel secolo scorso presso le abitazioni rurali, utilizzate per contenere e conservare il prezioso grasso animale. Anche i polli avevano una certa importanza tra gli animali domestici allevati, perché fornivano agli abitanti carne fresca e uova. Tuttavia, il Monte Barro disponeva di poca selvaggina e quindi la dieta carnea doveva basarsi quasi interamente sul bestiame. 

Era molto attiva la cattura dei pesci e uccelli acquatici. La pesca, in particolar modo, era una parte importante della dieta dei residenti ai Piani di Barra, perché forniva un discreto apporto di nobili proteine animali. Per catturare il pesce era generalmente usato l’amo di metallo e una lenza con il filo di crine di cavallo. Ma si usavano anche reti confezionate per la loro tessitura con la fibra del lino.

Nella zona di Pescate, sono state utilizzate vari tipi di “trappole subacquee”, che erano quelle più frequentemente usate sino a pochi anni fa sul fiume Adda per captare il passaggio periodico dei branchi di pesce. In tutto sono stati individuati almeno sette specie di pesci di acqua dolce di cui si nutrivano gli abitanti del Monte Barro, tra cui vi erano: l’anguilla, il luccio, la trota, il persico e la tinca. Per i Longobardi doveva essere importante anche la cattura degli uccelli acquatici, quali: oche, anatre e svassi, grazie proprio all’abbondante presenza di laghi, di corsi d’acqua e di fiumi tutto intorno al Monte Barro. 

Sul versante dell’alimentazione animale, oltre alla carne delle specie do- mestiche e di quelle catturate, sono da considerare anche i prodotti alimentari secondari, ovverosia: il latte e tutti i suoi derivati, nonché le uova di varie specie, domestiche e non. Quindi, la dieta degli abitanti dei Piani di Barra nell’VIII secolo, può esser ben considerata molto varia.

A giudicare dalla presenza di cereali, leguminose, piante oleifere, piante da frutta, cui vanno aggiunte le numerose specie selvatiche commestibili, i residenti non se la passavano male per quei tempi. Non solo usavano tutte le spezie naturali che esistevano sul Monte Barro, ma avevano a disposizione una grande varietà di germogli, foglie, tuberi e radici di piante selvatiche commestibili che, come molte altre piante coltivate negli orti, non hanno purtroppo lasciato tracce di se’ nei siti archeologici sin qui scavati.

Anche i Longobardi, come tutti gli scandinavi, amavano mescolare sapori agrodolci, piccanti e anche molto piccanti e non rifiutarono varie spezie orientali disponibili anche allora. In una parola, tutto doveva essere ben “condito”. Hanno perciò creato l’ossimello, salsa agrodolce composta di due parti di miele e una di aceto. Un must have sulla tavola longobarda. 

Il primo piano dell’ala nord dell’Edificio principale era costituito da vari spazi dedicati agli ambienti di servizio, tra cui la cucina e una dispensa. L’interno di quest’ultima era formato da una grande stanza unica con soppalco e conteneva un granaio per la conservazione di cereali e legumi secchi. Tali derrate alimentari, probabilmente asportate in gran parte durante l’evacuazione del sito dopo l’incendio che lo distrusse, danno una chiara idea della sostenibilità dell’alimentazione, nonché della varietà dei cibi che potevano nutrire il villaggio. 

Torniamo in cucina: c’era un focolare contro il muro tra le due aperture che conducevano alla stanza accanto. Il focolare era formato da un pavimento composto di sei mattoni e bordato da varie pietre. Tale struttura costituiva la base per il fuoco e per le braci. Le catene fissate alle travi del soffitto erano utilizzate per sospendervi i pentoloni. Tuttavia, non è stato ritrovato un qualsiasi elemento che emettesse fumo al di fuori della cucina. Infatti, il camino, almeno in cucina, non era una presenza consueta per quell’epoca.

I Longobardi usavano uno strumento per triturare il cibo e ridurre in frammenti verdure e altri pro- dotti di consistenza delicata: si trattava di un mortaio in pietra o terracotta con la superficie interna cosparsa di piccole pietre. Coltelli di ferro, cucchiai di legno e spiedi metallici completavano l’attrezzatura di base della cucina longobarda alto-medioevale. 

La conservazione degli alimenti avveniva nelle “olle” di ceramica, piccoli “orci” e grandi anfore, che servivano anche per il trasporto. Il cibo era poi cotto in altre olle in ceramica grezza o in “pietra ollare” valtellinese. Il coperchio era di tipo conico con pareti arrotondate, provvisto di una mani- glia “a bottone”. Tali coperchi erano necessari per proteggere il cibo e cucinarlo perfettamente. Grandi recipienti concavi, simili a delle “bacinelle coperte”, erano molto usati e funzionavano da “scaldavivande” o da piccoli forni per la cottura a “riverbero”.

Tali oggetti, chiamati “subtestu”, simili al “clibanus”, cioè la teglia di creta per la cottura del pane da mettere in forno, furono utilizzati in cucina fin dall’epoca romana imperiale. Questa teglia, a forma di campana, veniva posta su un piano riscaldato ed era circondata dai carboni ardenti, alcuni dei quali potevano essere disposti sino a coprirla interamente. Sotto di essa erano cotti pane e focacce. 

I Longobardi portavano in tavola i cibi in vasi o su dei vassoi di legno. Com’è consuetudine anche oggi in alcuni paesi, ogni commensale poteva fare uso direttamente da questi collettivi piatti da portata con un cucchiaio o, più spesso, con le proprie mani, perché i piatti venivano usati molto raramente. Erano utilizzate brocche e bottiglie in ceramica, nonché bicchieri impermeabilizzati con “smalto”, come testimoniano i vari frammenti di vetro soffiato rinvenuti. Il vetro occupava un posto di rilievo fra tutti i materiali utilizzati dai Longobardi per realizzare i vasi, anche per via delle sue qualità estetiche e pratiche.

Il vetro è un materiale relativamente facile da trattare, anche se all’epoca le varie forme create erano semplici e ripetitive. Infatti, venivano prodotte coppe sferiche o cilindriche, nonché bottiglie con il collo lungo, per uso domestico. Tuttavia, erano spesso creati anche oggetti di gusto squisito, abilmente decorati con rilievi colorati. Non bisogna dimenticare che già nell’alto medioevo i vetri erano spesso utilizzati per chiudere le finestre. L’uso è ben attestato anche ai Piani di Barra per via del ritrovamento di alcuni piccoli pezzi di vetro piano, appartenenti molto probabilmente a qualche tipo di finestra.