Cosa successe ai Longobardi dopo l’assedio di Pavia?

Cosa successe ai Longobardi dopo l’assedio di Pavia?

Cosa successe ai Longobardi dopo l’assedio di Pavia?

Durante l’assedio di Pavia, in occasione della Pasqua, Re Carlo Magno volle recarsi nella capitale papale.

L’accoglienza che gli tributarono fu pari solo a quella riservata ai più grandi conquistatori romani. Papa Adriano lo attendeva sulla soglia della cattedrale di San Pietro. Re Carlo Magno, giunto ai piedi della gradinata, la risalì scenicamente tutta in ginocchio, baciando uno a uno i numerosi gradini che lo conducevano ai piedi del Pontefice.

Il Papa l’invitò a rialzarsi e l’abbracciò come se fosse un fratello. Papa Adriano, presolo sotto braccio, lo mise alla sua destra ed entrò in chiesa scendendo con lui nella tomba di Pietro. Nella cripta, davanti alle sacre ossa dell’Apostolo, si giurarono solenne e reciproca fedeltà. 

L’accoglienza papale accompagnò l’ingresso trionfale di Re Carlo Magno nella città eterna. Nei giorni seguenti furono celebrate cerimonie di ringraziamento. Il 6 aprile si tenne un importante colloquio in San Pietro tra Re Carlo Magno e il Papa. Il Pontefice l’esortò e nello stesso tempo lo ammonì, affinché adempisse alla promessa fatta a suo tempo dal suo predecessore, Re Pipino, riguardo alla restituzione di città e territori delle province d’Italia appartenenti a San Pietro.

Il Papa sosteneva che il documento stilato a suo tempo con il Re Pipino era ormai andato perduto, quando invece sapeva benissimo che si trattava di una menzogna. Re Carlo Magno chiese di redigere un altro documento con un nuovo accordo. Questa volta pretese che fosse stilato in duplice copia, richiesta che sconcertò la Curia romana. Le nuove promesse fatte a Roma dal Re Carlo Magno, sebbene vergate su pergamena, controfirmate da tutti i Pari di Francia sull’altare dedicato a San Pietro, non furono mai mantenute. 

Re Carlo, dopo essere partito da Roma, ritornò all’assedio di Pavia. Il 6 giugno 774 d.C., dopo circa nove mesi di strenua resistenza, la città di Pavia, ormai stremata, vinta dalla fame, dalla sete e dalla peste, si arrese. Re Desiderio avrebbe potuto ed anche voluto resistere, ma sporcizia, malattie infettive, scarsità di cibo e acqua avevano già provocato fin troppe pestilenze e vittime. Presto sarebbe arrivata l’estate e la sua Gente non avrebbe mai potuto affrontarla in quelle pietose condizioni. Sarebbe stato un inutile, penoso suicidio collettivo.

Entrato a Pavia la sera del 10 luglio, Re Carlo Magno cinse la Corona Ferrea, fatta venire appositamente da Monza e fu quindi proclamato Re dei Franchi, Re dei Longobardi e difensore dello Stato Pontificio. Ma sarà solo dopo l’annessione dei territori della Longobardia Major, che Re Carlo passerà alla storia come “Re Carlo Magno” divenendo, di fatto, Imperatore.

Egli però non ritenne di imporre oltre la propria presenza personale nella penisola italica. Aveva altri territori da controllare. A nulla valsero le ripetute proteste, nonché le accorate suppliche di Papa Adriano I, il quale continuò insistentemente a rivendicare al neo Imperatore i cosiddetti “territori di San Pietro”. 

Pavia si era arresa, Verona era capitolata. Il fuggiasco Adelchi si rifugiò dapprima nei territori bizantini in Italia e poi chiese asilo nella città di Bisanzio. Costantino VI, l’Imperatore bizantino, preso atto dell’eccessivo rafforzamento dei Franchi, valutò attentamente la nuova situazione creatasi in Italia prima di intervenire militarmente. Concesse ad Adelchi, il titolo di “Patrizio Bizantino”, ma non l’aiutò, nonostante le varie sollecitazioni avute da più parti per intervenire in Italia.

Per il popolo longobardo sembrava ormai suonata l’ora della totale sconfitta e dell’estinzione. Nonostante tutto, Adelchi, nel 788 d.C., partecipò a una spedizione militare in Italia insieme all’esercito bizantino. Sbarcato in forze in Calabria, Adelchi fu sconfitto dai Franchi aiutati nell’intento proprio dagli stessi Longobardi di Benevento, Ducato che fu da sempre antagonista alla propria stirpe fondatrice. Infatti, non nacque come tutti gli altri Ducati del settentrione, ma fu creato da alcuni ribelli appartenenti a nobili famiglie longobarde durante i dieci anni di “anarchia longobarda”.

Il fatto che Benevento coniasse una propria moneta dimostrava quanto fosse indipendente questo Ducato dai “cugini longobardi” del Nord Italia, nonché dall’autorità stessa di Desiderio. In effetti, nel corso della storia, Benevento mostrò chiaramente di essere il più opportunista tra tutti gli altri Ducati, tanto da non soccombere ai Franchi. In effetti, gli ultimi Duchi longobardi beneventini, appoggiandosi più al Papa che non ad altri alleati, riuscirono a conservare intatto il loro territorio per almeno altri tre secoli dopo la sconfitta dei Longobardi al nord. 

A seguito della conquista dei territori longobardi da parte di Re Carlo Magno, nel giro di qualche tempo, si assistette agli sprazzi d’orgoglio di alcuni Duchi longobardi che non intesero lasciare il proprio ducato in mano a Re Carlo Magno, oppure al Papa.

I Duchi: Arechi II di Benevento, Ildebrando di Spoleto e Rotgaudo del Friuli, si ribellarono apertamente e si organizzarono con un loro piccolo esercito per riprendersi i propri privilegi, non riconoscendo la resa di Re Desiderio e considerandolo semplicemente “rinunciatario” al trono. Fu il Duca Rotgaudo a proclamarsi nuovo Re dei Longobardi. Re Carlo Magno, ritornando dalla Sassonia ove si era recato per domare la rivolta dei Sassoni che avevano distrutto le chiese del territorio, mise fine una volta per tutte alla riscossa dei Duchi longobardi e in più si riprese definitivamente tutti i territori a suo tempo donati dal “rinunciatario” Re Desiderio allo Stato della Chiesa. 

L’Eremo del Monte Barro, ove una volta si ergeva il “Castellozzo” dei Longobardi di Re Desiderio

L’Eremo del Monte Barro, ove una volta si ergeva il “Castellozzo” dei Longobardi di Re Desiderio

L’Eremo del Monte Barro, ove una volta si ergeva il “Castellozzo” dei Longobardi di Re Desiderio

Partendo dalla frazione di Poagnano, sita nel paese di Galbiate, oltrepassato un antico lavatoio, si sale al Monte Barro percorrendo una storica e deliziosa mulattiera. Man mano che ci s’inerpica volgendo lo sguardo a occidente, agli occhi appare un panorama che si distende sulla verde Brianza. Continuando a salire ci si troverà di fronte ad una serie infinita di panoramiche vedute brianzole che, specialmente nelle più limpide e ventose giornate invernali, potrebbero facilmente spaziare sino ai più lontani contrafforti delle Alpi occidentali.

Un po’ più in là, guardando verso sud, vi è Oggiono, un paese dai tetti rossi attorno ad un campanile bianco, affacciato al suo lago dal quale è diviso e insieme collegato, come il ponticello degli occhiali, al prospiciente Lago di Annone. 

Di fronte e a ridosso del Monte Barro, vi è il borgo di Civate. Più discosti si possono vedere il Lago di Pusiano, con la sua isoletta e un po’ più verso occidente, si scorgono i bei laghetti di Alserio e di Montorfano. Dall’alto, sulla sinistra, l’operosa Brianza appare una piana ininterrotta, punteggiata di paesi e di città, che arriva sino a Milano ed è abbracciata dai rilievi prealpini del Colle di Brianza, detto anche Monte San Genesio che, con i suoi tre colli, degrada in colline e divide a sua volta la valle del fiume Adda dalla Brianza. 

Salendo all’Eremo, ove una volta si ergeva il “Castellozzo” e ora è rimasta solo un’antica chiesa, Santa Maria, costruita sulla precedente cappella tardo-gotica-longobarda, nonché su una parte dell’ex Convento Francescano, ci si può affacciare per contemplare gli scorci panoramici di un altro e più ripido versante. Da qui si può abbracciare con lo sguardo la città di Valmadrera e poi Malgrate, nonché il lago e sulla destra la città di Lecco, l’imbocco della Valsassina, oltre alla Grigna e al Resegone. 

Chi arriva sino a qui capisce subito l’importanza strategica che il luogo rivestiva nell’antichità. Da qui si dominava la “Pedemontana”, la strada fondamentale che correva ai piedi delle Prealpi a partire da Verona, passando Brixia (Brescia), Bergomum (Bergamo), Leuci (Lecco) e Comum (Como). Chi stava qui in cima al Monte Barro controllava facilmente dall’alto la via che, da Mediolanum (Milano) centro nevralgico nella tarda età dell’Impero, portava a Como passando per Modicia (Monza). Così come controllava quella che, attraverso la Valsassina, portava in Valtellina e da qui in Engadina (Svizzera). 

Questi luoghi ancestrali, che rivestono anche attualmente un chiaro punto strategico, si sono sempre dimostrati interessanti per archeologi e storici. Infatti, proprio sul Monte Barro, è stato rinvenuto un insediamento gotico a cavallo tra l’epoca romana e quella longobarda. I Goti provenivano dalla Scandinavia e si mossero verso sud fino al confine dell’Impero bizantino. Quando però s’accorsero che avrebbero potuto facilmente approfittare della cronica debolezza bizantina, cominciarono le loro scorribande e feroci razzie penetrando sempre più in profondità nei territori dell’impero. Teodorico, noto Re gotico, estese il suo dominio all’Italia contrastando così le mire di restaurazione dell’Impero di Bisanzio. I Goti saranno poi cacciati definitivamente, prima dai Bizantini e in seguito dai Longobardi. 

Gli scavi effettuati sul Monte Barro hanno rivelato un insieme di edifici, per il momento solo una dozzina, a destinazione prevalentemente militare. Un’ala dell’Edificio principale doveva essere la sede dell’autorità, adibita a rappresentanza. In questo “Edificio principale” fu rinvenuta una misteriosa “Corona Pensile”, costruita in lamina di bronzo e provvista di pendenti in vetro colorato.

Nell’insediamento fortificato vissero più di 250 abitanti, suddivisi in 100 militari e il resto civili, donne e bambini. Vi si coltivavano ortaggi, cereali, legumi, lino, olivo e vite. Esistevano anche delle stalle per gli animali domestici e un paio di fornaci per fondere il bronzo ed altri metalli.

In passato, sul Monte Barro, si viveva e prosperava perché vi fu una comunità di persone del tutto autosufficiente, che garantiva salute e benessere a tutti gli individui di cui era costituita. 

Come vivevano i Longobardi sul Monte Barro nell’Alto Medioevo?

Come vivevano i Longobardi sul Monte Barro nell’Alto Medioevo?

Come vivevano i Longobardi sul Monte Barro nell’Alto Medioevo?

Mi sono seriamente chiesto se sul Monte Barro fosse plausibile che in passato potesse esistere una comunità di persone e di soldati più o meno numerosa e come potessero prosperarvi indisturbati per decenni.

La risposta mi è venuta dalla storia e dall’archeologia. In effetti, sul Monte Barro era vissuto un popolo, prosperato per anni, in un villaggio fortificato. Tale insediamento fu presumibilmente appartenuto ai Goti e in seguito dato alle fiamme dopo averlo abbandonato in tutta fretta per motivi ancora sconosciuti ai ricercatori. 

Non dimentichiamoci che tutt’oggi, il Monte Barro è una fonte di vita e di benessere per migliaia di persone. Tuttavia, nell’antichità, era probabilmente ricoperto da una folta vegetazione, molto più rigogliosa di quanto non lo sia oggi. Anche i pascoli dovevano essere decisamente più ampi di quelli attuali. L’intera montagna, infatti, è stata sfruttata più intensamente dall’uomo di quanto non lo sia ora, grazie alle numerose risorse di vita che poteva offrire. 

Il castagno, ad esempio, era la specie arborea più diffusa all’epoca. Infatti, oltre al suo gustoso e nutriente frutto consumato come cibo, quest’essenza era usata per la costruzione, per accendere il fuoco e perché forniva foglie commestibili per gli animali. Altra pianta importante era il faggio, pianta sacra per i Longobardi, nonché fonte di cibo e di salute che vive, oggi come allora, nelle zone più umide e fresche del Monte Barro.

Vi è poi la maestosa quercia, che invece prospera maggiormente nelle zone a sud, più esposte al sole. Dall’epoca dei Longobardi a oggi, la composizione del bosco non dovrebbe essere cambiata di molto: faggi, betulle, ontani, frassini, carpini, noci, noccioli, biancospini, ma soprattutto querce e castagni caratterizzano oggidì, come nell’Alto Medioevo, il variegato ambiente arboreo del Monte Barro. 

Ai Piani di Barra potevano essere coltivati orti e piccoli appezzamenti tenuti a vite. Per esempio, alle spalle dell’Edificio principale, sono state individuate tracce di terrazzamenti e muretti di pietra a secco, così come sul pendio meridionale. Proprio questo punto è ancora oggi favorevole alla crescita dell’olivo, di cui sono stati trovati una ventina di noccioli e di frammenti di legno antichi, che ne certificano l’originaria presenza sul Barro. Come pianta oleifera alternativa i Longobardi usavano il lino.

Si tratta di una specie erbacea versatile che produce fibre utili, nonché semi commestibili e farina, inoltre produce un ottimo olio. Semi di lino sono stati trovati nel magazzino dell’Edificio principale: è evidente che fu utilizzato quale condimento e aromatizzante per il pane, secondo antiche ricette ancora oggi utilizzate al nord Italia. L’uso dell’olio di lino al posto del più costoso olio d’oliva, oppure dell’olio di colza per scopi alimentari, era ancora presente nelle famiglie contadine fino all’inizio del secondo dopoguerra. 

Tra i cereali coltivati anticamente sul Monte Barro predominava il frumento tenero. Era un tipo di grano “nudo” i cui chicchi erano già perfettamente sbucciati dopo la prima trebbiatura ed era normalmente usato per fare il “pane bianco”. Insieme alla segale c’era anche l’orzo. Quest’ultimo destinato a diventare sempre più importante nel Medioevo in quanto, mescolato col grano, produceva il nutriente “pane nero di segale”.

Non dobbiamo dimenticare che l’orzo è ancora oggi l’ingrediente principale nella produzione della birra. Sono state rinvenute tracce di frumenti “vestiti”, cioè integrali, che dopo la trebbiatura dovevano essere ulteriormente decorticati. Si tratta di: farro e “farro piccolo”, nonché di miglio e del panico. 

Quasi tutti i legumi oggi coltivati esistevano sul Monte Barro. La produzione del grano era effettuata anche in altre località, cioè su aree pianeggianti ai piedi del Monte Barro, in genere superfici di un ettaro. Il prodotto era poi trasportato ai Piani di Barra e stoccato in un fabbricato a ovest dell’Edificio principale.

La dieta a base di soli carboidrati era compensata dalle castagne, i cui frutti sono stati ritrovati in grandi quantità nella dispensa dell’Edificio principale. Infatti, i boschi esistenti alle pendici meridionali del Barro erano fittamente ricoperti da estesi castagneti, le cui nutrienti bacche erano consumate fresche oppure essiccate. 

Brevemente sulla nutrizione carnea: in genere, capre, pecore e maiali, pre- dominavano nelle stalle delle fortificazioni alto medievali. Meno numerosi erano i bovini da carne. All’epoca i Piani di Barra non furono un luogo ideale per l’allevamento di carni bovine. Si potevano mantenere solo alcune vacche da latte, utilizzando il fieno del monte e la frasca delle latifoglie dei boschi circostanti per alimentarle. Quest’ultima preziosa fonte di foraggio, sempre disponibile in elevata quantità, poteva essere data anche a capre e pecore per tutto l’inverno.

I maiali del Monte Barro erano allevati prevalentemente allo stato brado, utilizzando quali barriere contenitive le mura del forte e sfruttando i boschi di faggio, posizionati sul versante settentrionale del Monte. Lo strutto ricavato dai suini era una materia prima alimentare molto importante per i residenti.

Infatti, nello scavo della dispensa ai Piani di Barra, è stata individuata una vasca in granito della capacità di circa 30 litri, del tutto simile a quelle in uso nel secolo scorso presso le abitazioni rurali, utilizzate per contenere e conservare il prezioso grasso animale. Anche i polli avevano una certa importanza tra gli animali domestici allevati, perché fornivano agli abitanti carne fresca e uova. Tuttavia, il Monte Barro disponeva di poca selvaggina e quindi la dieta carnea doveva basarsi quasi interamente sul bestiame. 

Era molto attiva la cattura dei pesci e uccelli acquatici. La pesca, in particolar modo, era una parte importante della dieta dei residenti ai Piani di Barra, perché forniva un discreto apporto di nobili proteine animali. Per catturare il pesce era generalmente usato l’amo di metallo e una lenza con il filo di crine di cavallo. Ma si usavano anche reti confezionate per la loro tessitura con la fibra del lino.

Nella zona di Pescate, sono state utilizzate vari tipi di “trappole subacquee”, che erano quelle più frequentemente usate sino a pochi anni fa sul fiume Adda per captare il passaggio periodico dei branchi di pesce. In tutto sono stati individuati almeno sette specie di pesci di acqua dolce di cui si nutrivano gli abitanti del Monte Barro, tra cui vi erano: l’anguilla, il luccio, la trota, il persico e la tinca. Per i Longobardi doveva essere importante anche la cattura degli uccelli acquatici, quali: oche, anatre e svassi, grazie proprio all’abbondante presenza di laghi, di corsi d’acqua e di fiumi tutto intorno al Monte Barro. 

Sul versante dell’alimentazione animale, oltre alla carne delle specie do- mestiche e di quelle catturate, sono da considerare anche i prodotti alimentari secondari, ovverosia: il latte e tutti i suoi derivati, nonché le uova di varie specie, domestiche e non. Quindi, la dieta degli abitanti dei Piani di Barra nell’VIII secolo, può esser ben considerata molto varia.

A giudicare dalla presenza di cereali, leguminose, piante oleifere, piante da frutta, cui vanno aggiunte le numerose specie selvatiche commestibili, i residenti non se la passavano male per quei tempi. Non solo usavano tutte le spezie naturali che esistevano sul Monte Barro, ma avevano a disposizione una grande varietà di germogli, foglie, tuberi e radici di piante selvatiche commestibili che, come molte altre piante coltivate negli orti, non hanno purtroppo lasciato tracce di se’ nei siti archeologici sin qui scavati.

Anche i Longobardi, come tutti gli scandinavi, amavano mescolare sapori agrodolci, piccanti e anche molto piccanti e non rifiutarono varie spezie orientali disponibili anche allora. In una parola, tutto doveva essere ben “condito”. Hanno perciò creato l’ossimello, salsa agrodolce composta di due parti di miele e una di aceto. Un must have sulla tavola longobarda. 

Il primo piano dell’ala nord dell’Edificio principale era costituito da vari spazi dedicati agli ambienti di servizio, tra cui la cucina e una dispensa. L’interno di quest’ultima era formato da una grande stanza unica con soppalco e conteneva un granaio per la conservazione di cereali e legumi secchi. Tali derrate alimentari, probabilmente asportate in gran parte durante l’evacuazione del sito dopo l’incendio che lo distrusse, danno una chiara idea della sostenibilità dell’alimentazione, nonché della varietà dei cibi che potevano nutrire il villaggio. 

Torniamo in cucina: c’era un focolare contro il muro tra le due aperture che conducevano alla stanza accanto. Il focolare era formato da un pavimento composto di sei mattoni e bordato da varie pietre. Tale struttura costituiva la base per il fuoco e per le braci. Le catene fissate alle travi del soffitto erano utilizzate per sospendervi i pentoloni. Tuttavia, non è stato ritrovato un qualsiasi elemento che emettesse fumo al di fuori della cucina. Infatti, il camino, almeno in cucina, non era una presenza consueta per quell’epoca.

I Longobardi usavano uno strumento per triturare il cibo e ridurre in frammenti verdure e altri pro- dotti di consistenza delicata: si trattava di un mortaio in pietra o terracotta con la superficie interna cosparsa di piccole pietre. Coltelli di ferro, cucchiai di legno e spiedi metallici completavano l’attrezzatura di base della cucina longobarda alto-medioevale. 

La conservazione degli alimenti avveniva nelle “olle” di ceramica, piccoli “orci” e grandi anfore, che servivano anche per il trasporto. Il cibo era poi cotto in altre olle in ceramica grezza o in “pietra ollare” valtellinese. Il coperchio era di tipo conico con pareti arrotondate, provvisto di una mani- glia “a bottone”. Tali coperchi erano necessari per proteggere il cibo e cucinarlo perfettamente. Grandi recipienti concavi, simili a delle “bacinelle coperte”, erano molto usati e funzionavano da “scaldavivande” o da piccoli forni per la cottura a “riverbero”.

Tali oggetti, chiamati “subtestu”, simili al “clibanus”, cioè la teglia di creta per la cottura del pane da mettere in forno, furono utilizzati in cucina fin dall’epoca romana imperiale. Questa teglia, a forma di campana, veniva posta su un piano riscaldato ed era circondata dai carboni ardenti, alcuni dei quali potevano essere disposti sino a coprirla interamente. Sotto di essa erano cotti pane e focacce. 

I Longobardi portavano in tavola i cibi in vasi o su dei vassoi di legno. Com’è consuetudine anche oggi in alcuni paesi, ogni commensale poteva fare uso direttamente da questi collettivi piatti da portata con un cucchiaio o, più spesso, con le proprie mani, perché i piatti venivano usati molto raramente. Erano utilizzate brocche e bottiglie in ceramica, nonché bicchieri impermeabilizzati con “smalto”, come testimoniano i vari frammenti di vetro soffiato rinvenuti. Il vetro occupava un posto di rilievo fra tutti i materiali utilizzati dai Longobardi per realizzare i vasi, anche per via delle sue qualità estetiche e pratiche.

Il vetro è un materiale relativamente facile da trattare, anche se all’epoca le varie forme create erano semplici e ripetitive. Infatti, venivano prodotte coppe sferiche o cilindriche, nonché bottiglie con il collo lungo, per uso domestico. Tuttavia, erano spesso creati anche oggetti di gusto squisito, abilmente decorati con rilievi colorati. Non bisogna dimenticare che già nell’alto medioevo i vetri erano spesso utilizzati per chiudere le finestre. L’uso è ben attestato anche ai Piani di Barra per via del ritrovamento di alcuni piccoli pezzi di vetro piano, appartenenti molto probabilmente a qualche tipo di finestra. 

Ecco come Papa Adriano I, nel 772 d.C. iniziò a destabilizzare il Regno di Re Desiderio

Ecco come Papa Adriano I, nel 772 d.C. iniziò a destabilizzare il Regno di Re Desiderio

Ecco come Papa Adriano I, nel 772 d.C. iniziò a destabilizzare il Regno di Re Desiderio

Se le azioni di Papa Paolo I minarono profondamente l’alleanza tra i Longobardi e il Vaticano, le decisioni prese da Papa Adriano I durante il suo pontificato, crearono un effetto “domino”, tremendamente distruttivo, che fece crollare definitivamente il Regno longobardo.

Alla morte di Papa Stefano III, il potente ex “Dux Romanorum”, Paolo Afiarta, s’adoperò per imporre quale Papa una persona che fosse gradita sia a lui, sia ai Longobardi. I cittadini romani, memori delle sue pregresse epurazioni tra i nobili, lo osteggiarono apertamente considerando la sua intromissione quale longa manus dei Longobardi a Roma. Per tali ragioni scelsero come Papa, Adriano I. Membro scelto dell’aristocrazia cittadina, Adriano I era manifestamente filo-imperiale e filo-franco, decisamente antagonista dei Longobardi.

Il neo-Pontefice, grande stratega, evitò di entrare subito in conflitto con il potente Paolo Afiarta, al quale concesse pure un’importante carica di nuova istituzione: “Superista”, ossia Capo della Casa Militare del Papa (l’attuale Comandante del Corpo della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano e Direttore dei Servizi di Sicurezza). Contemporaneamente, richiamò gli “Iudices palatini” esiliati, e fece liberare coloro che giacevano in carcere ad opera di Paolo Afiarta.

Re Desiderio non ritenne opportuno osteggiare il neo-eletto Pontefice, anzi gli offrì la propria amicizia confermandosi quale difensore di Roma. Papa Adriano I gli replicò, chiamandolo in Vaticano per intimargli la restituzione delle “Iustitiae”, cioè delle varie promesse mai mantenute né da lui, né dai precedenti Re longobardi. Nel marzo del 772 d.C., manifestando un’artificiosa obbedienza, Desiderio ritenne strategico aumentare la pressione sul Vaticano spostando ingenti truppe militari in Emilia, appena prima di recarsi a Roma. Il Papa inviò subito in legazione a Pavia il suo Superista, Paolo Afiarta. Al fidato amico e novello Superista, Re Desiderio, per tutta risposta, affidò il delicato incarico di perorare presso il Pontefice la causa dei figli del defunto Re Carlomanno. Re Desiderio intendeva, con quest’accorata supplica, evitare che tutto quanto il potere dei Franchi si concentrasse in un’unica figura, quella di Re Carlo Magno.

Nel frattempo, durante l’assenza da Roma di Paolo Afiarta, Papa Adriano I avviò un’inchiesta sulla misteriosa scomparsa di Sergio, “Sacellario Papale”, il suo più alto Funzionario addetto all’amministrazione del Tesoro Papale, ovvero il “Tesoriere Unico”. L’indagine effettuata designò ben tre mandanti: lo stesso Paolo Afiarta, il “Defensor Regionarius” Gregorio, nonché il Duca Giovanni. I complici di Afiarta, interrogati sotto tortura, confessarono indicando il luogo ove giaceva sepolto il corpo di Sergio.

Afiarta, mentre faceva una tappa in città di ritorno dalla sua missione papale a Pavia, fu riconosciuto artefice della congiura ed arrestato a Rimini dall’Arcivescovo ravennate Leone. L’Arcivescovo Leone, su iniziativa autonoma rispetto alle precise istruzioni ricevute dal Pontefice, consegnò l’eminente prigioniero al “Consularis”, il Magistrato Civile che esercitava giurisdizione criminale nell’Esarcato di Rimini. Al termine di un pubblico esame, Afiarta confessò i delitti a lui imputati.

A questo punto, Adriano I ordinò che Paolo Afiarta fosse tradotto a Costantinopoli e colà detenuto. L’Arcivescovo Leone trattenne però la lettera papale destinata all’Imperatore bizantino e si rifiutò persino di far imbarcare il condannato in un porto delle Venezie, così come suggerito dal Papa. Leone sostenne che il Duca veneziano Maurizio avrebbe potuto usare Afiarta quale pedina di scambio per riscattare il proprio figlio, che era ancora prigioniero dei Longobardi.

Il Sacellarius papale, Gregorio, transitando per Ravenna e diretto a Pavia, ordinò a Leone di non commettere violenza alcuna contro Paolo Afiarta, poiché avrebbe dovuto condurlo a Roma al suo ritorno da Pavia. Non appena partito il Sacellarius Gregorio, l’Arcivescovo Leone condannò a morte Paolo Afiarta, chiedendo a posteriori il consenso papale. Papa Adriano I, che non voleva figurare quale complice di un’eliminazione tanto azzardata quanto sbrigativa, riversò l’intera responsabilità del gesto sul ravennate Leone, ribadendo che Afiarta avrebbe dovuto essere trasferito a Roma e qui costretto a una dura penitenza, piuttosto che essere sommariamente giustiziato. In ogni caso, la morte di Paolo Afiarta ebbe notevoli ripercussioni, in quanto sancì definitivamente la fine del progetto d’alleanza di Roma con il Regno Longobardo, di cui egli era stato un tenace e sfortunato fautore.

Il “doppio gioco” di Papa Paolo I che, a Roma nel 763 d.C., beffò Re Desiderio

Il “doppio gioco” di Papa Paolo I che, a Roma nel 763 d.C., beffò Re Desiderio

Il “doppio gioco” di Papa Paolo I che, a Roma nel 763 d.C., beffò Re Desiderio

Dopo la sepoltura di Papa Stefano II, suo fratello Paolo fu eletto successore, informando immediatamente Re Pipino dell’elezione con una lettera. Nella lettera lo chiamava “auxiliator et defensor Rex, quod firmi et robusti”. La sua prima apparizione pubblica avvenne a Roma in qualità di “Diacono”, membro del Consiglio ecclesiastico, con il compito di organizzare la solidarietà e gli aiuti all’interno e all’esterno della Chiesa locale. Per assolvere a questo compito fu spesso incaricato dei negoziati diplomatici con i Re longobardi e inviato a Costantinopoli.

Alla morte di Stefano II, avvenuta il 26 aprile 757, Paolo fu subito scelto quale successore da coloro che volevano continuare la politica del Papa precedente. La parte filo-bizantina, che deteneva il potere a Roma, cercò invece di far eleggere l’Arcidiacono Teofilatto. Questa lotta non durò molto a lungo. Infatti, Paolo I fu consacrato circa un mese dopo la morte del fratello Stefano.

È curioso notare che il primo atto ufficiale del nuovo Papa fu la comunicazione dell’elezione a Re Pipino e non all’Imperatore Costantino V, come invece sarebbe stata prassi corretta. Forse, il neo eletto Papa, voleva ribadire la decisione di affidarsi alla protezione del Re franco, Pipino. Evidentemente, quest’ultimo era già venuto a conoscenza delle tensioni e delle opposizioni al Papa. Nella risposta di felicitazioni per l’elezione, si preoccupò infatti di esortare il popolo e tutta la nobiltà romana alla fedeltà a San Pietro. Dopo questo breve discorso, i Romani acclamarono Papa Paolo I come loro Signore e Pipino il Breve, il Re dei Franchi, divenne il severo protettore di Roma.

Secondo il Papa, l’alleanza tra lo Stato Pontificio e il Regno franco doveva essere mantenuta a ogni costo. Questo perché un comportamento troppo aggressivo di Re Desiderio avrebbe messo in serio pericolo l’autonomia del giovane Stato della Chiesa. Desiderio, lungi dal consegnare le città che aveva promesso in dono a Papa Stefano II, manteneva ancora il controllo di Imola, Osimo, Bologna ed Ancona. Nel 758 aveva lanciato una campagna militare per riprendersi i ducati di Spoleto e Benevento, che si erano ribellati, probabilmente su istigazione dello stesso Papa Paolo I, il quale aveva architettato tutto ciò al fine di trovare altri pretesti e nuove motivazioni per invocare l’intervento militare di Re Pipino contro i Longobardi.

Nonostante la situazione di grave tensione, Papa Paolo I invitò Desiderio a Roma nel 763 nel tentativo di mantenere comunque buoni rapporti e di vedersi restituire le città promesse. Il comportamento di Re Desiderio durante l’incontro rimase comunque ambiguo. Tuttavia, pregò il Papa di intercedere presso il Re franco per la restituzione degli ostaggi longobardi ceduti dal defunto Re Astolfo dopo la sua sconfitta.

L’astuto Papa inviò a Pipino due lettere. Una in cui illustrava al Re franco la richiesta di Re Desiderio e una seconda lettera segreta che conteneva la solenne raccomandazione di intervenire al più presto contro i Longobardi in Italia e di non riconsegnargli assolutamente gli ostaggi richiesti nella sua prima lettera. Tuttavia, Re Pipino ritenne saggiamente più opportuno mantenere buoni rapporti anche con i Longobardi. Pertanto, decise di non porre i ducati di Spoleto e Benevento sotto l’influenza diretta della Santa Sede.

In seguito, con una decisione a sorpresa, il Re franco appoggiò pienamente Papa Paolo I nelle rivendicazioni di Roma contro i Longobardi. Di fatto, due anni dopo l’incontro tra Re Desiderio e Papa Paolo I a Roma, gli equilibri erano diametralmente cambiati a sfavore di Re Desiderio. Tanto che, nel 765, furono ripristinati i privilegi papali nella Tuscia, nel territorio di Benevento e in parte anche in quello di Spoleto.